martedì,Aprile 16 2024

Il porto di Gioia come la Casa di Carta, il “dottore” Solano centrale per far passare la coca  

Temeva i dispositivi criptati e obbligava tutti a incontri personali ma al telefono spuntano Tokyo e Stoccolma. Ecco come organizzavano il passaggio dei container carichi di stupefacente

Il porto di Gioia come la Casa di Carta, il “dottore” Solano centrale per far passare la coca  

Tra loro si chiamavano con i nomi dei personaggi della Casa di Carta. E i dialoghi tra Stoccolma e Tokyo mentre discutono del ruolo centrale del Dottore sono diventati cruciali all’interno dell’indagine della Guardia di finanza. L’indagine che questa mattina ha portato all’arresto di due funzionari dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, in servizio presso l’ufficio di Gioia Tauro.  Avrebbero alterato dei controlli per favorire la ‘ndrangheta nel traffico di droga. 

Il ruolo di Solano

Mario Giuseppe Solano è dei due funzionari inquadrato dagli inquirenti tra i componenti dell’organizzazione criminale dedita al narcotraffico internazionale di ingenti quantitativi di cocaina. L’uomo avrebbe indicato attraverso un altro indagato «ai gruppi sudamericani le modalità di carico dello stupefacente più opportune per occultare la sostanza al passaggio allo scanner». Era uno dei modi che le persone finite nell’inchiesta della Dda di Reggio Calabria che ha portato al sequestro di 2,7 tonnellate di cocaina utilizzavano per favorire i traffici della ‘ndrangheta nello scalo.

Il doganiere infedele e la sua resistenza a usare dispositivi criptati

L’organizzazione criminale aveva tentato di dotare di un dispositivo criptato anche il proprio contatto all’interno dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Solano, riconosciuto come il Dottore, si era sempre rifiutato di prendere in considerazione tale ipotesi. Infatti, obbligava i complici a confrontarsi di persona con lui ogni qualvolta ci fosse la necessità di un suo intervento. Aveva paura e lo si legge chiaramente nelle intercettazioni. Ma questo ha consentito agli inquirenti di individuare in Solano «uno dei doganieri al servizio dell’organizzazione criminale che, peraltro, era tenuto a mantenere con la stessa i contatti».

Metodi per far entrare la droga

Per i giudici, infatti, nel mese di dicembre 2020 l’organizzazione criminale era «particolarmente impegnata nel pianificare numerose esfiltrazioni di diverse partite di cocaina giunte al porto di Gioia Tauro a bordo delle navi-cargo MSC Naomi e MSC Adelaide. Per questa ragione, i membri dell’organizzazione avvertivano l’esigenza che il canale comunicativo fosse sempre operativo. In modo da potersi confrontare in tempo reale sulle evoluzioni dei fatti e quindi poter assumere le decisioni ritenute opportune nel modo più rapido possibile.

Ebbene, la necessità di conferire al funzionario doganale l’incarico di occuparsi del superamento dei controlli del container, previo accordo corruttivo, era maturata nella serata del 17.12.2020, quando l’organizzazione aveva appreso la notizia che il container era stato inserito nella lista “bloccati”».

Il funzionario doganale sarebbe stato costretto ad intervenire praticamente senza alcun preavviso. In sostanza «sarebbe stato necessario riconoscere al doganiere un premio maggiore. “Qua e una cosa che se la facciamo si gestisce diversamente dato che non era ordinata anticipatamente fratello”».

La paura dei telefoni

Anche negli anni successivi, sono emersi discorsi che vedevano Solano con Cutrì confrontarsi sui «traffici di droga di loro interesse e l’utilizzo dei telefonini impiegati dall’organizzazione che il doganiere considerava poco affidabili (“questi cazzo di telefoni!…io non ne voglio”) ed esposti alle attenzioni delle Forze dell’Ordine: “Mi spavento!”».

Era detto anche “il pazzo” Solano. E lo conferma una conversazione, sempre relativa alle sue titubanze sull’utilizzo di dispositivi criptati, con la Calfapietra. In quell’occasione il dottore si vantava «di essersi rifiutato, a dispetto delle proposte ricevute, di acquisire la disponibilità di quel genere di telefoni “quel cazzo di telefono di merda’. Cosi, implicitamente ammettendo le proprie responsabilità penali, egli proseguiva dicendo: “Eravamo andati… sai dove saremmo finiti con quel cazzo di telefono di merda? Meno male!”, in tal modo suscitando l’ammirazione della ragazza che, riconoscendone l’intuito, esclamava: “il fatto è che qui voi siete portato per quello pazzo! (…) ma voi siete il più intelligente di tutti!”. Ma il riferimento al “pazzo” non deve ingannare, trattandosi di parola usata dalla indagata non per apostrofare malamente il suo interlocutore ma per sottolinearne le capacità evidentemente poco comprese dai colleghi dell’ufficio». ” (…) Solano è conosciuto in ufficio come un soggetto particolarmente pittoresco, tanto che viene appellato Mariu u pacciu”.

Ecco come la droga entrava al porto

Il suo cognome non doveva essere mai fatto. Ci teneva particolarmente il dottore a rimanere anonimo. E, secondo gli inquirenti «nel soffermarsi sulle critiche alle modalità fino ad allora seguite dalle organizzazioni criminali (ossia quelle del trasbordo dello stupefacente dal container contaminato a quello di “uscita” destinato alle committenze), faceva riferimento ad una diversa tecnica, ossia a quella del “deposito” da lui ritenuta più sicura: “la sicurezza sono i depositi! Questi non l’hanno mai capito! E non vogliono capirlo!”».

Il riferimento è all’attività di trasbordo della droga dai containers provenienti dal Sud America «scelti in quanto “insospettabili” per tratta e merce trasportata e ritirati da autotrasportatori compiacenti. Solano aveva già intuito che tale modalità non andasse più bene». Un metodo che secondo il dottore «era da ritenersi assolutamente rischioso e superato, data l’intensificazione dei controlli da parte della guardia di finanza di uscita all’area portuale». 

Le intercettazioni e i nomi della Casa di Carta 

Era un metodo curioso quello utilizzato per rimanere “anonimi” nelle conversazioni quello usato dagli indagati. Già nel mese di maggio nel 2020 si registrava una conversazione, tra Giuseppe Papalia (alias “Stoccolma”) e Domenico Cutrì (alias “Tokyo”).

«Papalia aveva contattato Cutrì per chiedergli se questi potesse intercedere nei confronti di un funzionario delle dogane. affinché svolgesse un’attività in suo favore, relativa alo svincolo di un container. Il soggetto in questione veniva chiamato “dottore” ” (…) ma vedi per favore se il dottore riuscisse a svincolarlo prima (…)”. L’utilizzo di quell’appellativo costituiva un’abitudine consolidata».

E che si facesse riferimento proprio al temine “dottore” è chiarito plasticamente dallo stesso Solano, il quale rispondeva di non essere preoccupato, perché non aveva mai conseguito il titolo di “dottore”. «”Io che sono? Mica sono “Dottore” io! A me non passa neanche per il cazzo!”». Proprio per questo per i giudici «dell’appellativo “dottore” con il quale i sodali erano soliti chiamare il funzionario corrotto non si può dubitare». 

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