venerdì,Ottobre 15 2021

COVID19. LETTERE A MIA MADRE | Emozioni sospese

Sensazioni, paure e speranze ai tempi del Coronavirus, nelle lettere che Valeria indirizza a sua madre. Il racconto di una quotidianità radicalmente cambiata dalla pandemia

COVID19. LETTERE A MIA MADRE | Emozioni sospese

Di Valeria Guarniera – …la verità è che davvero non saprei da dove iniziare per spiegarti ciò che stiamo vivendo. Dentro di me, ci sono sussulti di parole che spingono per uscire, ma restano lì, intrappolate tra le maglie dell’incredulità: scrivere, raccontare, rende tutto più reale. Almeno per me è sempre stato così, lo sai. E’ come se le dita che spingono sui tasti facessero da ponte tra un mondo e un altro, tra l’immaginario e la cruda realtà. Scripta manent, è proprio vero. Ed io credo fermamente che ci sia il bisogno di fermare le sensazioni, le paure, le speranze, le giornate assurde che stiamo vivendo. Anche solo per rileggerle, e per ricordarci anche quando tutto questo sarà passato, che siamo umani, e che sì: abbiamo avuto paura.

Allora faccio come quand’ero piccola, che mi rintanavo in camera a scrivere sul mio diario. Scrivevo, raccontando ciò che vivevo. Le mie emozioni, trascritte su un foglio, diventavano più semplici. All’epoca scrivevo ad un personaggio di fantasia, Dylan Dog… se ci penso mi viene da sorridere. Ricordi? In edicola, all’uscita del numero del mese, ero sempre la prima. L’indagatore dell’incubo,  un mito che con le sue storie mi ha fatto compagnia per tanti anni. Adesso che l’incubo è reale e ci riguarda tutti scrivo a te, ok? In fondo ti è sempre piaciuto “leggermi”. Scrivo a te, che sei la persona più vera che abbia mai conosciuto. Sembrerò folle, lo so. Lo sembrerò agli altri. Ma per te, lo so, sarà normale…

La parola che mi viene in mente ora è “Surreale”. Mi rimbomba nella testa, perché ciò che stiamo vivendo, a tratti non mi sembra vero.

Ti ricordi le passeggiate  che tanto amavi? Col sole in faccia e il vento tra i capelli. “Andiamo a prendere un caffè”, la frase che tu e papà usavate per le vostre dolci evasioni. Noi quattro ci guardavamo sorridendo, perchè sapevamo che era il vostro momento: salivate in macchina, capaci di arrivare in capo al mondo e poi tornare da noi, sempre col sorriso sulle labbra.

Gli arancini “a portar via” e quelle cene improvvisate al porto, con la brezza del mare a riempire i nostri polmoni; i lunghi viaggi in macchina, ad esplorare la Sicilia, con granita alle fragole per colazione ed un panino sporco di sabbia per un pranzo veloce, distesi al sole, sulla spiaggia, inquieti ad aspettare l’ora per poter tornare tra le onde; e poi di nuovo in macchina, tutti insieme, novelli esploratori incuriositi tra paesaggi azzurri e verdi, mentre dalla radio Battisti cantava “In un mondo che non ci vuole più il mio canto libero sei tu”.

Che meraviglioso senso di libertà e quanto manca oggi.

Oggi che un virus ci mette alla prova. Oggi che facciamo i conti con una dimensione sconosciuta, chiusi in casa, a proteggerci da un nemico invisibile e insidioso.

Tu, spirito libero, animo inquieto, avresti sofferto per questa condizione di chiusura forzata. E soffro anch’io. Avresti cucinato per il quartiere intero. Ti saresti data da fare per tutti, prestando le tue abilità ed il tuo cuore. Inutile dirlo: sto cucinando anch’io: dolci, focacce, pizza e tutto il resto. Mi sembra ovvio, mà! Lo sai, tra le tante cose che ci hai lasciato c’è questa, prenderci cura di chi ci sta vicino attraverso i piccoli gesti: quattro figli, quattro chef. Papà in effetti non si è mai lamentato. E poi, sono golosa, lo sai. Anche questo lo prendo da te: quindi sì, esattamente come te, i dolci li faccio e li mangio. A proposito, la pasta frolla che ho fatto l’altro giorno: non sai che bontà. La tua era meglio?! E dai, non fare la splendida, eh!

Certi giorni però l’apatia vince su tutto. Lo sconforto prende il sopravvento. Non sapere quando, per quanto… quella tra i fornelli è un’allegra illusione di normalità, che a volte non tiene in piedi e crolla.

E’ incredibile come gli ultimi mesi abbiano stravolto la mia vita: ho lasciato casa, sono andata al Nord, con il cuore colmo di rabbia e speranza.

Ed è incredibile come questi ultimi mesi stiano stravolgendo le nostre vite: epidemia, pandemia. Parole che come un colpo di spugna hanno cancellato le nostre abitudini, sconvolto le nostre giornate, allontanato i nostri affetti.

Siamo messi di fronte a noi stessi: non abbiamo più scuse, dobbiamo fare i conti con la nostra vita. Con le nostre scelte.

“Io” e “Noi”  si mescolano in questo momento che sa di storia. Soli, ma uniti. A pensare ciascuno alla propria vita, ma in un abbraccio collettivo. Esattamente come ha detto Papa Francesco: “Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca…ci siamo tutti”. E’ solo una piccola parte dell’omelia per l’indulgenza Plenaria e Benedizione “Urbi et Orbi” che ci ha voluto concedere. Quanto mi sono sentita piccola in quel momento, con gli occhi gonfi di lacrime… ti sarebbe piaciuto questo Papa, ne sono sicura. Forte e pacato allo stesso momento, rassicurante, e così meravigliosamente umano. Perché in fondo una cosa ci accomuna, molto più di altre: che siamo umani. E siamo fragili.

Ne usciremo stravolti, certo. Ma se saremo fortunati, ne usciremo più forti.

Emozioni amplificate, in un un mondo folle, colmo di contraddizioni. Nel mio piccolo, te le racconterò. Tu intanto mettiti comoda, ché la prossima lettera l’ho già spedita…

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