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Reggio, l’archivio di Stato apre Spazi di Memoria: racconti e testimonianze dei tempi della Shoah

La sala conferenza ha ospitato il dialogo di approfondimento sul coraggio e l’umanità dei reggini Gaetano Marrari e Bianca Ripepi Sotgiu e sulla storia degli Ebrei di ieri e di oggi

Reggio, l’archivio di Stato apre Spazi di Memoria: racconti e testimonianze dei tempi della Shoah

I documenti, come la storia, hanno vita quando diventano tempio animato di una memoria che unisce energie diverse in un cammino di crescita comune. È accaduto questa mattina nella sala conferenza dell’archivio di Stato di Reggio Calabria. Qui gli Spazi di memoria popolati da atti, leggi e foto dell’epoca buia delle leggi razziali del 1938 e dalle storie luminose dei reggini Bianca Ripepi Sotgiu e Gaetano Marrari, hanno avuto voce attraverso racconti e testimonianze

L’incontro introdotto dalla direttrice Angela Puleio si è pregiato della cornice di una mostra in cui ancora rimarranno esposte le Gazzette ufficiali dell’epoca dell’entrata in vigore delle leggi razziali. Esposta anche la circolare del 10 marzo 1940 con cui il ministero dell’Interno, che all’epoca sovrintendeva anche agli Archivi di Stato prima del loro transito nel ministero di Beni Culturali, vietava l’ingresso nella sala studio anche dell’archivio di Reggio Calabria di cittadini di razza ebraica.

«Il percorso espositivo mostra anche la Prammatica Prima con cui il viceré Giovanni, conte di Napoli, nel 1509 ordinò agli ebrei dai 10 anni in su di portare il panno rosso. C’è pure la Prammatica seconda del 10 novembre 1539 con cui l’imperatore Carlo V cacciò gli ebrei dal Regno di Napoli.

Ci sono poi documenti commerciali e anche altri che richiamano la tradizionale festa della Capanna. La mostra si pregia di contemplare anche l’estratto di nascita di Bianca Ripepi, Giusta tra le nazioni, nata a Reggio nel 1922. Diplomatasi all’istituto magistrale Gullì nell’anno scolastico 1939-1940 aveva poi vissuto in Sardegna. C’è pure l’estratto di Gaetano Marrari, nato e vissuto a Reggio Calabria. Egli fu comandante del campo di internamento Ferramonti di Tarsia che seppe guidare quel luogo di internamento e restrizione della libertà con grande umanità e rispetto della dignità.

Il nostro contributo alla memoria è divenuto permanente anche sulla significativa scalinata monumentale di via Giudecca. In collaborazione con l’omonima comunità patrimoniale sono stati posizionati dei pannelli con la riproduzione dei documenti più significativi. Un modo per legare quel luogo alla sua storia». È quanto ha spiegato ancora la direttrice dell’Archivio di Stato di Reggio Calabria, Angela Puleio.

Le radici e l’identità

Dai documenti alle testimonianze con l’intervento di Miriam Jaskierowicz Arman. Personalità poliedrica, pedagoga vocale internazionale, autrice, pittrice, oggi è presidente dell’Accademia per lo Sviluppo della Voce, Ebraismo e Kabala Aps con sede a Reggio Calabria.

«Nelle mie vene scorre il sangue di chi è sopravvissuto alla Shoah. Scorre un’eredità di sei milioni di ebrei sterminati. Non si può e non si deve dimenticare. Io sento il dovere di mantenere vive le mie radici e sono l’unica donna a possedere i rotoli della Torah. Dal 2021 sono Ambasciatrice di Pace della Universal Peace Federation Italia. Sono impegnata anche nelle scuole a tenere viva la memoria della Shoah e della cultura ebraica che ancora oggi si tenta di cancellare».

Nata nella Germania del dopoguerra da genitori sopravvissuti al campo di concentramento di Bergen-Belsen, Jonas e Mila, Miriam Jaskierowicz Arman emigrò in America nel 1962. Ha studiato in Europa e negli Stati Uniti per poi insegnare in molte parti del mondo: Israele, Italia, Ungheria, Svizzera, Ucraina, Polonia, Romania, Russia, Slovenia, Messico e Sud America. Ha scritto, girato film, prodotto vari programmi televisivi e radiofonici negli Stati Uniti e in Europa. Scrittrice, poetessa e anche artista.

La voce e il bel canto l’hanno ricondotta in Italia, dopo altre permanenze all’estero. Da anni risiede a Reggio Calabria, dove insisteva a Bova Marina l’antica sinagoga. «Qui ho sentito un forte richiamo. La mia anima si è sentita a casa e sono rimasta». Così ha spiegato la sua scelta Miriam Jaskierowicz Arman.

Gli ebrei dell’area dello Stretto

Un tuffo nella storia è stato il puntuale intervento di Giuseppe Campagna, cultore della materia Storia Moderna presso i dipartimenti di Civiltà Antiche e Moderne e di Scienze Politiche presso l’Università di Messina.

«Dai floridi flussi migratori e commerciali nell’area tra Messina e Reggio – spiega il professore Giuseppe Campagna – non furono esclusi gli ebrei. Nella città peloritana, ad esempio, si insediarono due importanti medici ebrei calabresi, Adam e Lazzaro de Oppido. Dal punto di vista mercantile bisogna sottolineare come una delle maggiori voci degli interscambi economici tra la Calabria e la Sicilia nel Quattro e Cinquecento fosse il commercio della seta. Non solo seta ma anche panni, spezie, cera, vino, cotone di chippu e agnelli.


Reggio e Catona erano centri particolarmente frequentati dagli ebrei messinesi. Una lista di importazioni ed esportazioni da queste località nell’arco cronologico 1476-1481 fornisce un’interessante testimonianza delle mercanzie trafficate. Le esportazioni, che risultano essere in maggioranza rispetto alle importazioni, avevano come voci principali il cotone, il lino e i suoi semi (la linusa), pelli di pecora piluse, panni e seta. In minor misura, prodotti alimentari come castagne, mandorle, pepe, formaggio, uova, miele, cipollina, zafferano e capperi.

Gli ebrei importavano manganelli per la produzione serica, barili, carta, ma anche somari e altre tipologie di merci. Non mancavano tra le importazioni cotone, panni, scarpe, zucchero di uva cotta, caciocavallo, pepe, vetriolo e varie mercanzie. Anche gli ebrei palermitani e trapanesi avevano interessi economici in Calabria.

Oltre alle merci tra le due sponde dello Stretto viaggiavano anche le idee. Proficuo risulta lo scambio culturale che possiamo notare dall’elaborazione di un testo legato al sapere liturgico. Si tratta della traduzione in siciliano di un componimento rituale, l’Alfabetin. Senza dimenticare la stampa a Reggio nel 1475 a cura di Abraham ben Garton per commentario al Pentateuco di Rashi. Un evento segnava, poi, in maniera forte i rapporti tra gli ebrei siciliani e la Calabria. L’espulsione decretata dai Re cattolici a Granada a fine Quattrocento. La città del Faro costituì, insieme a Palermo, il principale punto di partenza degli espulsi diretti soprattutto ma non solo in Calabria.

In questo contesto è Reggio, data la posizione sullo Stretto, a giocare il ruolo di più rilevante punto di transito e accoglienza dei profughi. A breve l’espulsione sarebbe giunta anche in Calabria cancellando, almeno in superficie, l’ebraismo nel meridione d’Italia», spiega ancora il professore Giuseppe Campagna.

Il racconto della vita di Bianca Ripepi Sotgiu

Spazio poi alle storie di reggini illustri, il cui spessore umano ha brillato nel momento buio che la storia ha attraversato durante la Shoah. Bianca Ripepi Sotgiu, la reggina tra le 766 persone di nazionalità italiana riconosciute dallo Yad Vashem, Giusta tra le nazioni. Nata a Reggio Calabria il 6 marzo del 1922, è morta a Cagliari nel 2005, maestra, scrittrice, insegnante, fondatrice dell’Unione Donne Italiane. Di lei la Calabria deve recuperare la memoria coltivata oggi solo in Sardegna dove ha vissuto con la suo marito Girolamo Sotgiu, anche lui Giusto tra le nazioni, e con la famiglia.

Lina Amato Kantor, accolta in casa quando Bianca e Girolamo come fosse la loro figlia quando era solo una bambina e così salvata dalla deportazione, non ricordava la loro identità. Dopo la guerra si era trasferita prima in Rhodesia e poi in Sud Africa. Leggendo l’autobiografia di Bianca Ripepi Sotgiu “Da Rodi a Tavolara. Per una piccola bandiera rossa” pubblicato nel 2002, Lina si riconobbe in quella bambina di cui raccontava Bianca nel suo libro. Ciò purtroppo avvenne quando già Bianca e Girolamo erano morti. Grazie alla sua testimonianza, però, nel 2015 lo Yad Vashem nominò Girolamo e Bianca “Giusti tra le Nazioni”.

Molto pregnanti le parole che leggiamo nell’autobiografia che ci ha lasciato prima poco prima di morire a imperitura memoria. Parole che hanno ricucito la storia e riunito anche Lina alla famiglia di Bianca e Girolamo.

«Sono convinta che, sia pure in tono minore, il travaglio di tutta una generazione, di cui eravamo stati, nella nostra particolare vicenda testimoni, potesse essere utile per non dimenticare. Potesse in qualche modo, forse, far riflettere qualcuno delle nuove generazioni. Se mai uno di essi vorrà leggerlo, spero voglia mettere sull’avviso i giovani, sul fatto che la libertà, anche quella personale, non è un bene che viene elargito così, da qualcun altro. Esso non si trova sugli scaffali di un supermercato.

Dignità umana, solidarietà e libertà vivono dentro di noi e, dobbiamo difenderle gelosamente; perché è su di esse che poggiano le basi della nostra vita. Si potrà discutere sulla caduta delle ideologie, sui punti di riferimento venuti a mancare, ma è necessario ricordare che può sempre accadere, e ad ognuno di noi, che qualcuno attenti a questi valori. E in questi momenti che l’eredità di esperienze vissute, cioè la storia, soprattutto quella che non è scritta su libri di testo, ci può dare la forza di combattere». Così scriveva Bianca Ripepi Sotgiu nella sua autobiografia “Da Rodi a Tavolara. Per una piccola bandiera rossa”.

Altri spazi di memoria

La memoria inizia ad essere recuperata anche in Calabria, grazie alla scheda biografica nel dizionario della Calabria Contemporanea dell’Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea (Icsaic) curata dallo scrittore Tonino Nocera. Il percorso è appena iniziato. Presto un’altra tappa sarà rappresentata dall’iniziativa in programma per il prossimo 6 marzo, giorno della nascita a Reggio Calabria Bianca nel 1922. Una riflessione e la messa a dimora di un carrubo avranno luogo nel luogo in cui nei prossimi mesi sarà allestita l’aula didattica all’aperto del liceo artistico Preti-Frangipane. Sarà intitolata a Bianca Ripepi Sotgiu.

L’iniziativa è nata dalla virtuosa collaborazione tra il comitato di quartiere Ferrovieri Pescatori di Reggio e Calabria e il liceo artistico Preti Frangipane. Stamane erano rispettivamente rappresentati dalle residenti Filomena Malara e Fiorella Iacona e dalle docenti Loredana Scopazzo ed Eleonora Pesaro. Le sedute dell’aula didattica saranno progettate e realizzate dagli allievi nella sezione Design del legno e dell’Arredamento del liceo. Le pareti circostanti saranno decorate con murales ispirati alla vita di Bianca Ripepi, alla storia buia che ha sfidato con le sue azioni in difesa degli ebrei. I murales saranno ideati e realizzati dagli allievi di Arti figurative e Scultura.

La testimonianza della nipote del comandante Gaetano Marrari

È la nipote del comandante del Corpo di Pubblica Sicurezza nel campo di internamento di Ferramonti di Tarsia, durante la Seconda Guerra Mondiale, Gaetano Marrari, Nunzia Rita Rizzi Lupis, docente di musica in pensione, a raccontare. Il suo racconto è scandito dalle testimonianze dirette della gratitudine che ben oltre la vita di suo nonno fu dimostrata dagli ex internati, anche a loro familiari. A loro nipoti e soprattutto alla madre, Maria Cristina Marrari, che instancabilmente raccontò di suo padre e del campo dove da piccola con lui era stata.

«Tante le lettere e le corrispondenze che diedero voce all’umanità dimostrata dal nonno in un momento buio della storia. Egli non aveva smarrito l’umanità, non aveva dimenticato il dovere di rispettare la dignità delle persone. Un “comportamento normale” che la guerra e le barbarie di quell’epoca avevano reso pericoloso. Egli restò umano, al di là degli ordini e delle uniformi e rischiò la propria vita.

Tra i tanti aneddoti che mi tornano in mente. C’è quello tenero del mazzo di margherite per Anny che nel campo doveva sposare Ernest. “Una sposa non può incedere verso l’altare senza fiori”, pensava mio nonno. E anche la possibilità che concesse, nonostante il divieto, ad un familiare, venuto da fuori e non munito di permesso, di entrare nel campo per salutare il congiunto. Quel familiare era Luciano Morpurgo che aveva accompagnato la cugina a visitare il marito internato, Gianni Mann.

Lui stesso raccontò nel volume “Caccia all’Uomo. Diario 1938/1944, il dialogo avuto con mio nonno così: “Non sarebbe permesso, non sarebbe possibile disse – ma venga, venga con me”, e mi accompagnò a salutare il confinato. Lungo la strada mi confidò che egli non aveva, internati, ma cari amici, persone educate, garbate, fini, gentiluomini e gentildonne che la ferrea e inesorabile legge di guerra costringeva in cattività. Lui, uomo di cuore, soffriva più di loro a tenerli costretti all’osservanza dei regolamenti e della dura disciplina in quelle scomode, troppo scomode baracche”.

E infine Luciano Morpurgo lasciò anche un pensiero per mio nonno: “Possano queste righe essere lette dal maresciallo Marrari, e portare a lui, con la mia, la riconoscenza dei millecinquecento ebrei ‘ospitati’ nel campo di Ferramonti. Millecinquecento uomini che lo ricorderanno sempre con gratitudine. Anime, che vibreranno sempre di simpatia per lui, oggi e domani, quando essi saranno ritornati, speriamo presto, nelle loro lontane terre, nelle case riacquistate, tra le loro famiglie, liberi finalmente, liberi!”».

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