Le recenti ed efferate vicende di cronaca che hanno scosso Siderno, giunte a poche ore prima dalle inquietanti notizie sulle aggressioni avvenute a Reggio Calabria, ripropongono con drammatica urgenza il tema della violenza giovanile e della risposta che le istituzioni e la società sono chiamate a dare. In questo contesto si inserisce la riflessione e il contributo dell'avvocato Pasquale Cananzi (responsabile scientifico e vicepresidente della Camera Minorile di Reggio Calabria), il quale osserva come le cronache ci restituiscano ripetuti fatti di violenze, anche efferate, i cui autori sembrano agire come se quanto perpetrato fosse un semplice effetto collaterale di un gioco esistenziale le cui regole contengono anche le più estreme opzioni.

«Ci ritroviamo di fronte a ragazzi che scommettono rischiando la vita (lanciandosi ad attraversare la ferrovia mentre arriva il treno e simili) o a ragazzi che picchiano, storpiano, uccidono, apparentemente senza motivo (in generale non credo possano concepirsi motivi validi per la violenza, ma in questi casi spesso non se ne trovano proprio).

Ma vediamo tracciata a tinte indelebili anche la scia di angoscia e sangue che viene da uomini incapaci di superare la fine di una relazione e che diventano – in base alla loro specifica complessione psichica – stalker o maltrattatori o, nei casi peggiori, persino omicidi. Anche in questi casi si legge una sorta di malata concezione del rapporto come possesso dell’altro, con diritto e dominio sul suo corpo, fino all’annientamento. Qui non si ha la pretesa di poter completamente spiegare questi fenomeni e nemmeno quella di avere in mano la soluzione perfetta, ma di condividere qualche riflessione su questi dati e sul sistema che li registra.

Si è felici solo se tutto funziona

Intanto un primo elemento: da qualche decennio ormai le “regole” di vita si sono modificate negli obiettivi. Se un tempo infatti si vedeva nelle relazioni e nei ruoli sociali in genere una struttura/contenitore che serviva a garantire le “istituzioni” (in primis la famiglia e poi gli aggregati sociali sino allo Stato stesso) che, in quanto tali, erano viste come i fari che illuminavano e giustificavano la vita di ognuno, oggi la prospettiva è del tutto diversa. Relazioni e strutture sociali devono essere “perfette”, performanti, appaganti; altrimenti si possono gettare via. E la possibilità che altri costringano a rinunciare ad una “perfezione” è quindi uno strappo insopportabile, perché la prospettiva è appunto quella del benessere personale, che sopraffà anche quello del/della partner.

In questo modello esistenziale si è felici solo se tutto funziona in ragione nostra ed al massimo del benessere ricevuto. A questa concezione del vivere si accompagna anche un altro effetto devastante: poiché mantenere sempre lo stesso livello di appagante pienezza di ciò che si riceve è impossibile, la conseguenza diventa l’impossibilità della felicità stessa. La reazione può essere quindi, in base al carattere di ognuno, autodiretta (apatia, senso della inutilità di tutto e tutti, tagliarsi per provare sensazioni forti, suicidio) o eterodiretta contro ciò che appare aver spezzato il godimento estremo ricercato (persecuzione, maltrattamento, morte).

La richiesta di una risposta… rieducativa

A fronte di questo fenomeno, la evidente non condivisibilità di quanto accade quotidianamente richiede una risposta mirata. Certamente il contenimento delle pulsioni distruttive deve poter essere – sperabilmente di fronte al dramma possibile, prima ancora che a quello consumato – la gestione emergenziale. Ma, si intuisce per la evidenza del fenomeno, che non è la risposta: affronta il sintomo e ripara dalle sue conseguenze ma non incide sulla causa. Eppure tanto il sistema legislativo e quindi giudiziario, quanto le strutture che operano nel sociale, si basano ancora sulla diade normale/deviante (che presuppone una società “strutturata” e con valori condivisi superindividuali che faccia la differenza) e sulla risposta contenitivo/punitiva o al massimo “rieducativa” attraverso il sistema del contenimento/punizione.

In un esempio volutamente radicalizzato per rendere l’idea, il cattivo va punito finché non si redime e se ciò non accade anche possibilmente per sempre. Ma la “fabbrica dei cattivi” non la ferma nessuno. Infatti nel modo di vedere dei soggetti che difendono la loro pretesa di perfezione e quindi delinquono per questo motivo, il punito non è un “cattivo”, ma un portatore di giuste pretese e l’esecutore della punizione di chi ne impedisce la realizzazione. Punirlo senza altri interventi, rientra quindi nello schema di negazione della possibilità di felicità ed incentiva ed esaspera la produzione di ulteriori soggetti autori di condotte devianti anche per imitazione o per andare oltre e riuscire a superare il “sistema”, abbattendo ogni barriera.

Diventa un “giocoforza” senza fine. Ovviamente, sia ben chiaro, non si può nemmeno discutere della necessità di risposta contenitivo/punitiva delle istituzioni di fronte a problemi come quelli evidenziati ed alla emergenza che generano, ma – altrettanto evidentemente – non basta. L’intervento deve agire su livelli ulteriori e più profondi e deve essere, appunto, “sistematico”, nel senso di essere figlio di una logica e di valori assunti dal sistema, tutto e coordinato. Si deve cominciare dal coordinamento fra educazione (intesa come proposta positiva dei valori condivisi che ne consenta comprensione e scelta consapevole) e “punizione”.

Questa seconda infatti deve essere soprattutto riparativa del danno creato dalla condotta “sbagliata”, perché il responsabile possa vedere oltre sé stesso e sperimentare la prospettiva della vittima. Fare concreta esperienza del dolore altrui (soprattutto se è condotta, almeno in prima battuta, in mezzo a soggetti esterni al reato commesso, in modo da portare fuori dal ruolo cucito addosso dal fatto reato, per più facilmente vedere, invece, le necessità di benessere del sistema intero) è il primo passo per uscire dal “circuito solitario della infelicità inevitabile”.

Ogni ulteriore passo, fino alla composizione con la vittima ed al superamento del precedente modo di vedere le cose, sarà quindi di assunzione di un diverso modus vivendi con valori finalmente solidali e di servizio alla collettività, quale mezzo per perseguire la propria realizzazione personale. Tutto ciò richiede, come è ovvio, un cammino in cui siano presenti operatori che siano credibili testimoni che questo ideale di vita è possibile e concreto, che fanno il loro lavoro perché è il servizio che rendono, la missione esistenziale che hanno. Gente che si sente al volo faccia parte della stessa squadra.

La “fabbrica del bene”

Si rende evidente, così, che esiste la “fabbrica del bene” ed opera normalmente. Se manca, invece, questa consapevolezza (che non è nulla di trascentrante né è per pochi eroi eletti, ma il normale punto di partenza di chi pensa di proporre dei valori agli altri) e la coesione ed il coordinamento fra gli operatori che renda collettivo il respiro del sistema, il risvolto sarà di rendere provato al “cattivo” che il suo modello di valori è l’unico possibile. Una sconfitta, dolorosa, che equivale ad aggiungere una nuova “fabbrica di cattivi” accanto alla precedente.

E perché, però, questa prospettiva funzioni serve ancora un elemento importantissimo: la sostenibilità da parte del “cattivo” di turno. Su questo fronte, ovviamente, la risposta di sistema è diversa per i minori rispetto a quanto previsto per gli adulti. Un ragazzo ha margini ed elasticità molto maggiori di un adulto. Entrambi sono soggetti al confronto con la squadra degli operatori istituzionali, ma il ragazzo ha maggiori possibilità di riconfigurare la sua vita intorno a diversi valori, perché più giovane ed elastico, sicuramente, ma anche perché meno segnato dalle esperienze existentiali.

Dal percorso di vita al percorso da proporre

I requisiti per valutare la sostenibilità e per progettare il percorso da proporre sono quindi diversi. Per i ragazzi l’attenzione va sulla capacità e maturità nel comprendere quanto si sta vivendo, certamente, e sul percorso di ricerca e potenziamento delle risorse che hanno in vista della scelta di adultità che faranno, accompagnandoceli. Per gli adulti (ma andrebbe fatta una eccezione più vicina al mondo dei ragazzi per i “giovani adulti” – fra i 18 ed i 25 anni - e per quelli che sono alla prima condanna) l’analisi della capacità si incentra anche sulla anamnesi del percorso di vita e delle aree di funzionalità che ne sono state più o meno intaccate, verificando la sostenibilità degli obiettivi esistenziali che infine si propongono loro.

Come si vede, queste soluzioni presuppongono adeguata integrità personologica e immunità da dipendenze, situazioni entrambe che vanno trattate con specifiche adeguate al bisogno del “malato” o del “dipendente”. A ben vedere, invece, la più recente produzione normativa – colpisce che lo sia, da ultimo, anche quella per i minorenni, purtroppo – sembra andare in direzione del tutto diversa. L’istanza punitiva pare la molla principale di fronte ad una crescente preoccupazione sociale ed ai sempre più forti segnali di crisi dello stesso modello di stato in cui viviamo.

Riflessioni come quelle di queste righe servono perciò a fermarsi a valutare un nodo cruciale: la credibilità del sistema che infligge sanzioni. Se infatti esse vengono lette come non corrispondenti ad un complesso di valori che anima il sistema facendosi vero “ideale di vita”, saranno sempre e solo apprezzate come semplice “risposta muscolare” e come tali affrontabili mettendo ancora più muscoli in senso contrario. La sanzione che propone ed invita ad un percorso verso l’adozione di un modello di vita positivo, invece, è una risposta intellettuale oltre che muscolare e si confronterà con l’intelletto del patiens oltre con gli agiti, richiedendogli disponibilità a revisione di vita.

Non si tratta di percorsi né semplici da superare né facili da eludere - contrariamente a quanto si legge troppo spesso dietro le parole di chi chiede sanzioni sempre più severe – ma di vie più faticose da percorrere, riservate solo alla scelta di eradicare progressivamente il disagio e la devianza non manu militari ma per la conquistata convinzione di ognuno che essere onesti paga di più che il contrario. Così si costruisce la fabbrica del bene…».