«Lo Stato fallisce quando perde l'obiettivo della rieducazione della pena, senza consentire prospettive. E cinquanta anni effettivamente vissuti in carcere danno purtroppo la misura di quel fallimento». È il commento dell'avvocata Ambra Giovene, storica legale di Domenico Papalia, morto a 81 anni all'ospedale San Paolo di Milano, dove era ricoverato per l'aggravarsi delle condizioni legate a una patologia oncologica di cui soffriva da tempo.

Storico esponente della 'ndrangheta e figura ritenuta dagli investigatori tra le più influenti dell'organizzazione mafiosa nel Nord Italia, Papalia, conosciuto negli ambienti criminali con il soprannome di “Micu”, era stato scarcerato lo scorso luglio dopo quasi mezzo secolo trascorso dietro le sbarre. Il Tribunale di Sorveglianza aveva accolto un'istanza di differimento della pena per motivi di salute, disponendo la detenzione domiciliare.

Una libertà durata soltanto poche settimane. Papalia era stato ricoverato al San Paolo dal 17 agosto, mentre le sue condizioni di salute si erano progressivamente aggravate, fino al decesso.

«Dopo 50 anni di carcere - aggiunge l'avvocata - Domenico Papalia, a causa di una grave malattia, ha potuto chiudere la vita accanto ai propri familiari». Una vicenda segnata da «una lunga battaglia - prosegue - in cui, con l'avv. Annarita Franchi, si è cercato di dare significato ad un ergastolo altrimenti senza speranza».

Per la legale, la possibilità di trascorrere gli ultimi giorni accanto ai propri cari ha assunto un significato particolare dopo decenni di detenzione. «Pochi giorni - conclude - nei quali ritrovare il senso di una vicinanza ai propri cari che non fosse nel parlatorio di un carcere».