Saverio Strati, con scrittura e sguardo ancora contemporanei, racconta luoghi e persone ai margini, una società rurale in rapido dissolvimento e sentimenti senza tempo ; l'intelligenza artificiale, quasi un secolo dopo, è simbolo di un mondo in costante e accelerata trasformazione, con innegabili vantaggi, ma anche contraddizioni e il rischio che si sbandi.

E la letteratura, ma in generale l'arte, è sul tavolo del dibattito internazionale, perché è l'atto creativo – forma essenziale di comunicazione umana – al centro delle sfide del futuro . A Sant'Agata del Bianco, per il festival “Stratificazioni” , rassegna multisfaccettata, tra arte e riflessioni, proprio sulla trasformazione del linguaggio da Strati all'IA è intervenuto Domenico Talia, docente di Ingegneria informatica all'Unical . Talia è autrice di oltre quattrocento contributi scientifici e di importanti saggi sulle nuove frontiere della tecnologia tradotti all'estero, come “La società calcolabile ei big data”, “L'impero dell'algoritmo” (editi da Rubbettino) e “Giornalisti robot?” (Guerini e Associati), ed è stato appena inserito nella classifica World's Top 2% Scientists 2026 (il due per cento degli scienziati più influenti al mondo) stilata annualmente dalla Stanford University.

Professore Talia, partiamo dal topic dell'incontro “Dal linguaggio di Saverio Strati all'Intelligenza artificiale”.

«Strati scriveva nella seconda metà del 900. Il mondo era totalmente diverso. Per lui la scrittura stessa è stata una conquista, perché allora era una conquista poter imparare a scrivere. Oggi le macchine sono padrone del linguaggio, riescono a dialogare con noi, rispondono alle nostre domande e scrivono anche. Il vero rischio è non riuscire più a distinguere i testi generati dalle macchine da quelli scritti dagli esseri umani perciò la letteratura subisce un forte impatto dagli sviluppi tecnologici. Oggi appare più facile farsi aiutare dalla macchina a volte. Il problema è che non riusciamo più a distinguere la scrittura umana da quella delle macchine».

E questo è il nodo centrale. Ma sappiamo che la scrittura umana è legata all'esperienza, al vissuto. Gli scrittori raccontano quello che vivono o che immaginano, ma sempre in riferimento a un sentire, a un moto interiore. Come può l'IA restituire la forza e la bellezza dell'esperienza e dei sentimenti di una narrazione, di uno scritto?

«L'esperienza di una macchina di intelligenza artificiale è data da tutti i contenuti che ha ricevuto come input, ossia i testi che ha letto, i video che ha guardato, le immagini che ha memorizzato, la musica che ha ascoltato e così via. Una quantità enorme. Una macchina riesce a leggere, in tempi brevi, contenuti che un uomo non leggerebbe neanche in migliaia di anni ea tenerli in una memoria che, a differenza della nostra, non si deteriora. E proprio queste informazioni diventano “l'esperienza” che la macchina usa, attraverso i suoi algoritmi, per costruirne di nuovi. L'IA non si limita a copiare i contenuti come li ha ricevuti, ma li assembla, li combina per darci risposte. Possiamo dire che quella delle macchine non è un'esperienza vissuta nel mondo, ma è l'esperienza derivante dai contenuti acquisiti attraverso parole e immagini».

E se parliamo di creatività in senso stretto?

«Le macchine di IA sono creative, è innegabile, lo sono perché combinano contenuti, non rispondono sempre alla stessa maniera, ricercano soluzioni. Potremmo chiedere all’IA di scrivere un racconto con lo stile di Strati sugli stessi argomenti da lui trattati, e questa genererebbe una storia inedita, come se fosse scritta da Strati stesso. E ha già dimostrato, nella scienza, nella medicina, di poter fare nuove scoperte. Tutto questo è creatività, non c’è dubbio. Diversa dalla creatività umana, certo, ma è comunque qualcosa di nuovo».

Allora quanti problemi porta l’intelligenza artificiale nel mondo della narrativa, della scrittura, nell’universo che apparteneva a Strati, e in generale nel mondo della creatività?

«I problemi sono diversi. La scrittura dell’IA può essere generata da chiunque ed è indistinguibile da quella umana, cioè in questo momento non abbiamo strumenti in grado di dirci senza alcun dubbio se un libro è scritto da ChatGPT, da un umano o da entrambi. Questo sta creando disordine e pure un po’ di preoccupazioni. Il pericolo è che la scrittura umana scompaia o comunque si riduca notevolmente e che in futuro leggeremo letteratura generata dalle macchine, che può essere anche gradevole, ma non è più letteratura umana. Bisognerà trovare delle soluzioni per distinguere tra scrittura umana e scrittura artificiale, in maniera tale che il lettore sappia chi è l’autore effettivo di quello che sta leggendo. Ma questo vale in molti campi. Ci sono canzoni generate dall’intelligenza artificiale, video, foto. Per esempio, è accaduto che in un concorso fotografico professionale, diciamo uno dei più importanti al mondo, abbia vinto una foto generata dall’intelligenza artificiale. Quando poi lo stesso autore ne ha dichiarato l’origine è stato escluso dal concorso, però intanto gli avevano assegnato il primo posto. Questo indica che non si riesce più a distinguere».

Dovendo dare un giudizio sull’intelligenza artificiale, possiamo dire che è buona o cattiva?

«Abbiamo di fronte una tecnologia straordinaria. Non si è mai avuto una tecnologia così potente, che ci aiuta in tantissime cose. Ma è ora fondamentale investire su sistemi di intelligenza artificiale sicuri, rispettosi delle persone, che non manipolano la società. Si sta lavorando molto su questo, ma è complesso, per nulla facile. La vera sfida è creare una situazione in cui l'uomo continua ad essere protagonista, nel lavoro, nella comunicazione, nell'interazione. Ormai gran parte delle relazioni umane sono mediate dai dispositivi digitali, whatsapp, i social. Bisognerebbe imparare a fare a meno delle macchine, quando non è proprio necessario. Ci sono spazi di vita da cui le macchine possono essere tenute fuori».

Bukowski dice che scrivere è un'urgenza, un imperativo viscerale, qualcosa che preme per uscire e, se non viene percepita in questo modo, la scrittura non ha senso, meglio lasciar perdere. Lei stesso, uomo di scienza, scrive racconti molto intensi e di recente anche poesie. Pensa che sparirà quest'urgenza di comunicare attraverso la propria scrittura e si preferirà ricorrere a mezzi più facili come l'intelligenza artificiale?

«Non credo che questa urgenza, questa necessità, sparirà perché è un'esigenza umana. Questo è l'elemento che nessuna tecnologia riuscirà a eliminare. Esprimersi significa cercare il senso di quello che facciamo. Siamo un po' tutti travolti dall'innovazione digitale, da questa trasformazione epocale, ma quando avremo digerito questa valanga arrivata veloce, saremo un po' più maturi e riusciremo a gestire meglio tutto questo. Quindi non credo che non ci sarà più spazio per la poesia o per la narrazione creata dall'uomo, solo che adesso abbiamo un concorrente, ossia la macchina. Perciò si dovrebbe dare più valore a quello che viene scritto dall'uomo, certificandolo in qualche modo. Questo è davvero importante».