Il Ponte sullo Stretto di Messina ha un nuovo record, non esiste ancora — non un pilone, non un cavo, neanche un progetto esecutivo — eppure ha già prodotto la sua prima inchiesta per corruzione. Il paradosso è solo apparente. Dove non c'è ancora un cantiere, ma c'è già un budget da 13,5 miliardi di euro, l'oggetto del contendere non è il cemento: è la firma che autorizza la realizzazione.

E quella firma, secondo la Procura di Roma, qualcuno ha provato a comprarla. I magistrati capitolini, coordinati dall'aggiunto Giuseppe De Falco, nei giorni scorsi hanno iscritto tre nomi nel registro degli indagati per corruzione e rivelazione di segreto d'ufficio: Tommaso Miele, ex presidente aggiunto della Corte dei conti andato in pensione a febbraio; l'avvocato Francesco Saccomanno, già componente del cda della Stretto di Messina Spa e fino al 2024 commissario della Lega in Calabria, e l'imprenditore Vincenzo Virgiglio.

L'ipotesi accusatoria, fermo restando il principio della presunzione di non colpevolezza, che deve essere garantito a tutti gli indagati fino all’eventuale accertamento definitivo delle responsabilità, è che imprenditore e avvocato abbiano avvicinato il magistrato contabile promettendogli appoggi per incarichi pubblici dopo il pensionamento — si è parlato della presidenza dell'Antitrust o di un posto in una partecipata — in cambio di una «fattiva azione» a favore dell'opera. Non un singolo magistrato, peraltro: gli indagati avrebbero tentato, senza riuscirci, di avvicinarne altri due, con l'obiettivo dichiarato di condizionare «il maggior numero» di giudici chiamati a decidere.

Il bersaglio non è casuale. La delibera con cui il Cipess ha approvato il progetto definitivo deve superare il controllo di legittimità della Corte dei conti: senza la registrazione, niente pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e, quindi, niente apertura dei cantieri. Il collo di bottiglia procedurale diventa così il punto di massima pressione. Chi vuole accelerare l'opera ha un solo, preciso varco da forzare — ed è esattamente lì che, secondo gli inquirenti, si è esercitata la pressione.

La parte più scomoda di questa storia è che era stata annunciata. Il presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, Giuseppe Busia, ripete da oltre due anni che su un'opera di queste dimensioni «i rischi di corruzione e infiltrazione mafiosa sono elevatissimi». In un'intervista a La Repubblica di giugno 2026 ha spiegato che gli «appetiti» su un affare così rilevante dal punto di vista economico sono tali da generare tentativi di influenzare gli stessi organi di controllo e garanzia.

In questo senso un passaggio cruciale per raccontare in maniera corretta la storia del progetto del Ponte è la ricostruzione del meccanismo che ha alzato la posta. Messo a gara intorno ai 4 miliardi, il Ponte era già salito a 8 miliardi nel 2012 e supera oggi i 13,5; e mentre le risorse, inizialmente in larga parte a carico del privato, sono ormai quasi interamente pubbliche, la scelta di far rivivere per decreto un vecchio progetto senza una nuova gara espone lo Stato — secondo l'Anac — sia a costi maggiori, sia al rischio di violare i vincoli europei. Più il valore cresce e più il pubblico ne assume il peso, più aumentano gli incentivi a influenzare le decisioni. La dimensione del budget non è un dettaglio contabile: è la variabile che misura la tentazione. Su questo terreno già scivoloso si è innestata una serie di scelte normative che hanno «indebolito le difese» della pubblica amministrazione.

La prima e più discussa è l'abrogazione del reato di abuso d'ufficio, cancellato con la legge 9 agosto 2024 n. 114 — la cosiddetta riforma Nordio — che ha eliminato l'articolo 323 del codice penale. Insieme è arrivato il ridimensionamento del traffico di influenze illecite. Il governo ha giustificato l'intervento con la necessità di superare la «paura della firma»; ma per buona parte della dottrina penalistica l'abuso d'ufficio era una figura cardine del «microsistema corruttivo», un reato-spia che spesso fa emergere fatti più gravi. I numeri hanno seguito a ruota. Nell'Indice di percezione della corruzione di Transparency International, l'Italia ha invertito nel 2024 — per la prima volta dal 2012, dopo tredici anni di crescita — un trend positivo, perdendo dieci posizioni; nel 2025 ha ceduto un altro punto, scendendo a 53 su 100, diciannovesima nell'Unione europea, dove la media è 62.

Transparency e Anac concordano nell'indicare tra le cause l'indebolimento dell'impianto anticorruzione e, in particolare, la depenalizzazione dell'abuso d'ufficio. Non a caso il Parlamento europeo, approvando la nuova direttiva anticorruzione, imporrà all'Italia di reintrodurre — pur in forma diversa — proprio quella fattispecie: l'Europa, di fatto, sta chiedendo di rialzare la guardia che il legislatore nazionale aveva abbassato. Quando i reati dei colletti bianchi diventano meno punibili, il segnale che arriva non è di garanzia, ma di impunità. Che esista, poi, un legame stretto fra intensità della repressione e diffusione della corruzione non è soltanto intuizione politica: è risultato di modello.

Nel lavoro Dynamics of Corruption: Theoretical Explanatory Model and Empirical Results, pubblicato su Physica A (vol. 658, 2025), Domenico Marino tratta la corruzione come un fenomeno intrinsecamente ciclico, governato dal comportamento strategico di agenti che confrontano costi e benefici dell'illegalità. Il cuore del modello è una dinamica di tipo preda-predatore tra imprese legali e imprese illegali, con tre possibili configurazioni: un mercato che si specializza interamente nell'illegalità, uno che diventa completamente legale, e una situazione di coesistenza.

A discriminare tra questi esiti è la variabile di controllo dello Stato: la sanzione σ, intesa come misura monetaria attesa della punizione. Lo Stato garantisce la legalità del sistema punendo i comportamenti corrotti; e qui l’articolo introduce il passaggio decisivo. Più il mercato è grande e più la corruzione è diffusa, più forte e decisa diventa la reazione repressiva: questo meccanismo di retroazione genera cicli nel livello di corruzione, legati all'alternarsi di fasi di rigore e fasi di allentamento nella lotta al fenomeno. La lezione che se ne trae è limpida e si applica con precisione al caso italiano. Se σ — la punizione attesa — si riduce, l'equilibrio del sistema si sposta verso la specializzazione illegale: conviene corrompere, perché il costo atteso del comportamento scorretto crolla.

Abolire l'abuso d'ufficio, ridimensionare il traffico di influenze, lasciare scoperti i «vuoti di tutela» di cui parla l'Anac non è neutrale rispetto agli incentivi: equivale a ridurre σ proprio mentre, sul fronte opposto, un'opera da quasi 14 miliardi gonfia il premio atteso della corruzione. Il modello prevede esattamente ciò che la cronaca mostra: nella fase calante del ciclo repressivo, là dove il bottino è massimo, la pressione corruttiva trova lo spazio per organizzarsi — fino a tentare i giudici incaricati di controllarla.

Il Ponte sullo Stretto diventa così, suo malgrado, un esperimento sul campo. Da un lato un budget enorme e un iter concentrato in pochi snodi autorizzativi, che massimizza il valore di ogni singola firma. Dall'altro un quadro normativo che, negli ultimi due anni, ha reso meno costoso violare le regole. La teoria dei cicli di corruzione e l'inchiesta della Procura di Roma raccontano la stessa cosa con linguaggi diversi: non si combatte la corruzione abbassando le difese e confidando nella moderazione degli agenti. Quando il premio è alto e la pena è bassa, la matematica — non la morale — suggerisce cosa accadrà. L'allarme di Busia non era una visione pessimista della realtà, era, bensì, il calcolo corretto.

*Docente Università Mediterranea