C’è un interrogativo che ha attraversato, in filigrana, l’intero confronto pubblico sul referendum costituzionale sulla riforma della giustizia svoltosi a Palmi, presso il Circolo Sociale Arci Chicchi, in vista della consultazione referendaria del 22 e 23 marzo: il dibattito, così denso di riferimenti tecnici, dati, percentuali e architetture istituzionali, riesce davvero a parlare ai cittadini? O rischia, pur nella sua qualità, di restare confinato entro il perimetro degli addetti ai lavori?

È intorno a questo dubbio – mai esplicitato come accusa, ma costantemente evocato – che si è sviluppato un confronto lungo e articolato, che ha visto contrapporsi due posizioni nette: da un lato l’avvocato Pasquale Simari, favorevole al Sì, dall’altro il magistrato Antonio Salvati, membro del Comitato per il No di Reggio Calabria. A moderare l’incontro l’avvocata Mimma Sprizzi, che ha accompagnato il dialogo senza aprirlo, ma orientandolo, ponendo domande scandite e progressive, con l’obiettivo dichiarato di tenere insieme rigore e comprensibilità.

Nel suo primo intervento, Sprizzi ha chiarito il senso del confronto: riportare il dibattito fuori dalla polarizzazione dei social e dentro uno spazio reale, dove il dissenso non diventa scontro ma occasione di chiarimento. Una premessa necessaria, ha spiegato, perché il referendum non riguarda una legge qualunque, ma l’assetto di uno dei poteri fondamentali dello Stato, disciplinato dagli articoli 104, 107 e 112 della Costituzione. Ma già qui si è affacciata la prima domanda di fondo: quanto questo linguaggio è accessibile a chi non è giurista?

La prima questione posta dalla moderatrice ha riguardato il problema concreto che la riforma intende risolvere. Pasquale Simari ha collocato il referendum all’interno di un percorso storico preciso, richiamando il passaggio dal Codice Rocco del 1930 al codice di procedura penale del 1989, che ha introdotto il modello accusatorio, poi costituzionalizzato nel 1999 con il principio del giusto processo. In questa prospettiva, la separazione delle carriere rappresenterebbe, secondo Simari, il completamento coerente di quel modello, necessario a garantire una terzietà strutturale del giudice, distinta dall’imparzialità del singolo magistrato nel caso concreto.

Antonio Salvati ha ribaltato l’impostazione, richiamando la giurisprudenza della Corte costituzionale, che non ha mai ritenuto la separazione delle carriere un obbligo costituzionale. Le riforme della Carta, ha sostenuto, si giustificano solo quando un sistema non funziona, e da qui la richiesta di esempi concreti di parzialità strutturale. A sostegno della sua posizione ha citato dati puntuali: circa il 50% dei processi penali si conclude con un’assoluzione e meno dell’1% dei magistrati chiede ogni anno il passaggio da una funzione all’altra. Numeri che, a suo avviso, rendono sproporzionato un intervento di rango costituzionale.

Il confronto si è poi spostato sul Consiglio Superiore della Magistratura e sul sistema disciplinare, uno dei punti più sensibili della riforma. Simari ha richiamato i dati ufficiali della relazione del Procuratore generale presso la Corte di Cassazione: nel biennio 2023-2024 oltre il 95% degli esposti disciplinari è stato archiviato; nel solo 2024 la percentuale ha raggiunto il 95,8%. I procedimenti arrivati a giudizio sono stati 90 nel 2023 e 80 nel 2024, con percentuali di condanna rispettivamente del 22,1% e del 26,7%. I provvedimenti disciplinari effettivi nel 2024 sono stati 24, tra censure, sospensioni e rimozioni, a fronte di oltre mille esposti. Dati che, secondo Simari, mostrerebbero una debolezza strutturale del sistema di autogoverno.

Salvati ha offerto una lettura diversa, ricordando che tra il 2023 e il 2025 la sezione disciplinare del CSM ha emesso complessivamente 194 decisioni, con circa il 41% di condanne, e che il Ministro della Giustizia ha il potere di opporsi alle archiviazioni, anche se le opposizioni effettivamente presentate sono state pochissime. Elementi che, a suo avviso, smentiscono l’idea di un sistema indulgente.

Il dibattito ha toccato anche il tema delle correnti. Simari ha ricordato che in un referendum interno alla magistratura il 40% dei votanti si è espresso a favore del sorteggio come strumento per ridurre il peso correntizio. Salvati ha ridimensionato il dato, osservando che i votanti erano meno della metà del corpo della magistratura e che, in termini assoluti, la percentuale complessiva si attesta intorno al 20%.

Il punto di maggiore tensione è stato quello che Salvati ha definito il “trappolone”: il rischio che, attraverso le future leggi di attuazione, la maggioranza politica del momento possa incidere più direttamente sul sistema disciplinare. Oggi, ha ricordato, i membri laici del CSM sono nominati con una maggioranza qualificata dei tre quinti; domani, con liste formate a maggioranza semplice, l’equilibrio potrebbe cambiare. Da magistrato, ha affermato assumendosene la responsabilità pubblica, con questo assetto si sentirebbe meno libero nel decidere. Simari ha replicato parlando di un processo alle intenzioni, ribadendo che la Costituzione fissa principi, non scenari futuri ipotetici, e che le derive paventate avrebbero potuto essere introdotte già oggi con legge ordinaria.

È stato a questo punto che Mimma Sprizzi ha riportato il confronto su un piano diverso, senza interromperlo ma interrogandolo. Forse, ha osservato, nessuno è riuscito davvero a rispondere alla domanda iniziale. I cittadini non sono avvocati né magistrati. Le questioni tecniche, pur decisive, appaiono lontane. Il cittadino comune chiede se questa riforma renderà la giustizia più giusta, più affidabile, più vicina. Non una critica, ma un dubbio legittimo, che attraversa l’intero dibattito.

Dopo questa riflessione si sono aperti gli interventi del pubblico. Antonio Carrozza, presidente del Centro Studi Carbone, ha espresso timori sulla politicizzazione del referendum e sulla scarsa fiducia nei meccanismi disciplinari. L’avvocata Carmen Borgese, sostenitrice del Sì, ha difeso la separazione delle carriere con la metafora dell’arbitro, sottolineando come la terzietà rafforzi la fiducia dei cittadini. Il giovane psicologo Vittorio Zurzolo ha chiesto chiarimenti sul presunto “trappolone”, domandando se il rischio di interferenze politiche sia reale o solo teorico. Un intervento anonimo ha spostato l’attenzione su lentezza e costi della giustizia, interrogandosi sulla disparità tra il regime disciplinare dei magistrati e quello degli avvocati.

Sono seguiti gli interventi di Mimmo Gangemi, che ha citato dati allarmanti sulle assoluzioni dopo il terzo grado di giudizio, dell’ex sindaco di Palmi Antonino Parisi, che ha parlato di squilibri tra poteri e di un ruolo politico già presente nelle correnti, e di Andrea Cuzzocrea, che ha denunciato l’assenza di un filtro efficace nelle indagini preliminari e i danni irreversibili dei processi conclusi con assoluzioni tardive.

Particolarmente apprezzato l’intervento della giudice penale Ottavia Martina, che ha offerto uno sguardo interno e misurato. Martina ha spiegato che le correnti non sono di per sé il male, ma lo è la loro degenerazione, e ha difeso il valore della cultura comune della giurisdizione e dell’esperienza trasversale tra funzioni. Ha poi espresso perplessità sull’Alta Corte disciplinare, soprattutto per l’assenza del ricorso in Cassazione contro le sue decisioni, elemento che a suo avviso rappresenta una criticità rilevante.

A chiudere la serata è stato l’avvocato Giuseppe Crea, che ha invitato a non semplificare questioni complesse e a riconoscere le responsabilità anche dell’avvocatura, ricordando che la crisi della giustizia non riguarda una sola categoria ma l’intero sistema.

Il confronto si è concluso senza una sintesi definitiva, ma con una domanda che resta sospesa. Non tanto se la riforma sia giusta o sbagliata, quanto se il modo in cui viene discussa riesca davvero a incontrare i cittadini. È forse in questa distanza – ancora da colmare, non da dare per acquisita – che si gioca una parte decisiva del referendum del 22 e 23 marzo.