La Squadra Mobile ha eseguito un'ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti dell’uomo ritenuto il capo della cosca di Gallico, e ai domiciliari per Antonino Bilardi. L'inchiesta della Procura guidata da Giuseppe Borrelli svela il soffocante controllo del territorio: dalle estorsioni ai commercianti e per i veglioni di Capodanno, alla gestione della festa patronale e all'intestazione fittizia di imprese e veicoli
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Un controllo oppressivo ed egemonico sul quartiere di Gallico, capace di spaziare dalle estorsioni a commercianti e giostrai fino all'ingerenza nell'organizzazione dei festeggiamenti patronali e dei veglioni di fine anno. È il quadro delineato dall'ordinanza di applicazione di misura cautelare personale firmata dal GIP del Tribunale di Reggio Calabria, Cristina Foti, su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia guidata dal Procuratore Giuseppe Borrelli. Il provvedimento, eseguito dagli uomini della Squadra Mobile di Reggio Calabria, ha colpito i vertici della consorteria criminale operante nella frazione nord della città.
I soggetti raggiunti dalle misure cautelari
Al centro dell'inchiesta figura Carmelo Giuseppe Cartisano, 54 anni, noto negli ambienti criminali con gli pseudonimi di "Naos" o "u ignoranti". Per Cartisano, già condannato in passato nel processo “Gotha” per associazione mafiosa, si sono spalancate le porte del carcere con l'accusa di essere il promotore, dirigente e capo della locale di 'ndrangheta di Gallico.
Custodia cautelare agli arresti domiciliari invece per Antonino Bilardi, 39 anni detto "Antony" o "Sampei", accusato di estorsione aggravata dal metodo mafioso in concorso con Cartisano e di trasferimento fraudolento di valori. Nell'indagine risulta coinvolta a piede libero anche la compagna di Cartisano, nei cui confronti il PM ha chiesto la misura del divieto di dimora per l'ipotesi di intestazione fittizia di beni.
La regia dal carcere e le estorsioni sui veglioni
Secondo la ricostruzione della DDA, Cartisano avrebbe assunto la guida strategica ed operativa della cosca a seguito dell'arresto dei precedenti vertici, mantenendo la direzione delle attività illecite persino durante i periodi di detenzione in carcere. Attraverso una rete di emissari e sodali fidati, il presunto boss impartiva direttive sul territorio, gestiva la cassa comune e coordinava i rapporti con le altre consorterie mafiose reggine.
Tra gli episodi contestati agli indagati emerge l'estorsione commessa nel periodo a cavallo tra la fine del 2024 e l'inizio del 2025 ai danni dell'organizzatore di un veglione di Capodanno tenutosi presso i locali di Villa Clara. La vittima sarebbe stata costretta a consegnare a Cartisano e Bilardi la somma in contanti di 700 euro, unitamente a un blocchetto di almeno 15 biglietti d'ingresso alla festa.
La gestione della festa patronale e la "piazza dei giostrai"
L'ordinanza del GIP mette in luce come l'influenza di Cartisano si estendesse in maniera capillare sull'economia legale e sugli eventi di quartiere. In occasione della festa patronale della Madonna della Grazia (Estate Gallicese), la consorteria pretendeva dai commercianti e dagli imprenditori locali il versamento di un denaro qualificato formalmente come "contributo volontario", ma nei fatti imponibile a titolo estorsivo.
Analoga ingerenza è stata riscontrata nella gestione della cosiddetta "piazza dei giostrai" e degli spettacoli. Era Cartisano a decidere quali attrazioni potessero installarsi sul suolo pubblico di Gallico Marina e Gallico Superiore, fissando regole, autorizzazioni mafiose e somme da destinare al sodalizio.
Intestazioni fittizie e la cassa per i detenuti
Per eludere eventuali provvedimenti di sequestro patrimoniale da parte dell'Autorità Giudiziaria, Cartisano avrebbe attribuito fittiziamente la titolarità di attività economiche e beni mobili a soggetti terzi. Nello specifico, a Bilardi veniva attribuita la titolarità formale di due imprese edili, mentre alla compagna Petre risultavano intestati due autocarri.
I proventi derivanti dalle estorsioni e dal controllo economico del quartiere venivano alimentati costantemente per garantire il sostentamento dei sodali detenuti e delle loro famiglie, la cosiddetta "colletta", confermando la solida rete di solidarietà criminale interna al gruppo.

