Le Camere penali calabresi criticano l’iniziativa dei magistrati a Reggio Calabria: «La legge sulla propaganda elettorale vale per tutti, anche per chi lavora nelle istituzioni»
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Il Coordinamento delle Camere Penali Calabresi ha diffuso un documento sulla campagna referendaria dell'ANM nel Tribunale di Reggio Calabria, sottoscritto da tutti i presidenti delle camere penali della regione.
«Siamo tra quelli – recita il documento – che il giorno in cui si è completato l'iter parlamentare della legge di revisione costituzionale sulla separazione delle carriere non erano dalla parte degli indignati di fronte alle bandiere a mezz'asta issate dalla magistratura che, attraverso le grida dei suoi organi rappresentativi, denunciava l'attentato alla Costituzione perpetrato niente meno che dal Parlamento nell'esercizio di una delle sue più alte prerogative.
Pensavamo – proseguono le Camere Penali – che nella scelta di ANM di indire scioperi politici contro i deliberati di altra istituzione della democrazia parlamentare, di trasformarsi in comitato elettorale e nella sua discesa in campo, ci fosse qualcosa di buono. Che la discesa in campo significasse finalmente riconoscersi, come potente attore politico. Pensavamo che la «coraggiosa» scelta rompesse il muro di insopportabile ipocrisia e fosse accompagnata da una salutare presa di coscienza delle regole d'ingaggio del confronto democratico, in cui la magistratura organizzata avrebbe rinunciato a presentarsi come custode dell'etica pubblica ma, alla pari di tutti gli altri attori, portatrice di interessi e di una visione della politica, della società e della giustizia cui se ne contrappongono altre parimenti degne.
Ma la differenza dei piani, lo insegna il caso di Reggio Calabria con l’androne delle aule di udienza del tribunale trasformato in spazio di propaganda autogestito per il NO, non pare sia chiara ai nostri illustri competitors. Che scendono sì in politica ma pretendono di portarsi appresso il bagaglio di privilegi loro riconosciuti a ben diversi fini.
Così da far apprezzare a tutti il loro rapporto speciale con le regole, ben noto ad operatori ed utenti del nostro settore che quotidianamente patiscono la crisi della legalità penale e del processo sul suo versante più ripido, quello della disinvolta ermeneutica creativa che si pratica nelle aule di giustizia.
Succede, quindi, che la discesa nell’agone politico non cancella la supponenza. Dovremo accettare che le regole, fastidiose e stringenti, degli ultimi 30 giorni di campagna elettorale esistono ma non li riguardano.
Altri cittadini, altri comitati di sostenitori, altre organizzazioni politiche sono tenuti ad osservarle; comprese, in particolare, quelle di speciale importanza perché destinate a disciplinare le condotte di chi ha posizione di responsabilità nella Pubblica Amministrazione, per impedire la strumentalizzazione propagandistica delle istituzioni di appartenenza.
Qualcuno ha tentato invano di spiegare che la legge si applica anche ai magistrati in campagna elettorale e ha anche ficcato il naso chiedendo di conoscere, eventualmente, l’esistenza di uno statuto speciale a favore della categoria. Nessuna risposta. «Loro son loro». Ne prendiamo atto.
Non ci resta che rivolgere una preghiera ed un rispettoso invito. Insomma, fateci la grazia di un piccolo atto di generosità. Non per il mondo di sotto dei cittadini che rispettano le regole e che subiscono l’indebito utilizzo dell’istituzione giudiziaria che si vuol rappresentare schierata a favore di una delle posizioni che si misureranno con il referendum.
Fatelo almeno per sollevare dall’imbarazzo le autorità che avrebbero dovuto ripristinare le regole e applicare le sanzioni previste: rimuovete i roll-up dagli accessi alle aule di udienza (possibilmente non utilizzando personale amministrativo o della polizia giudiziaria in orario di servizio).
Non sarà uno smacco ma un atto di regale autocensura. Una grazia, insomma.
Magari, poi, potrebbe venirvi l’idea di utilizzare i roll-up per fare propaganda tra la gente con gazebo e banchetti. Potreste – conclude il documento delle Camere Penali calabresi – provare il brivido del confronto ad armi pari rispettando le regole del gioco. Sarebbe la democrazia, vivaddio».

