VIDEO | Alla vigilia del voto, il procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo lancia un duro monito contro la riforma della giustizia: «Non migliora il sistema, costa miliardi e indebolisce il pubblico ministero». Un intervento che sposta il focus dai tecnicismi agli effetti concreti sui cittadini
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Nel giorno conclusivo della campagna referendaria, il dibattito sulla riforma della giustizia si concentra sulle parole del procuratore Giuseppe Lombardo, presidente del comitato per il No a Reggio Calabria durante l’intervista A tu per tu che chiude un percorso di approfondimento e informazione.
Un intervento netto, che mette in discussione l’impianto stesso della riforma e ne evidenzia le possibili conseguenze: «Quando si parla di modifica della Costituzione – chiarisce – si parla principalmente di diritti dei cittadini. Siamo tutti cittadini prima ancora che magistrati».
«Una riforma che non migliora la giustizia».
Lombardo non usa mezzi termini: «È una riforma che non migliora in nessun modo il sistema giustizia». Secondo il procuratore, il progetto rischia addirittura di peggiorare la situazione attuale, sottraendo risorse preziose: «Si prevede la creazione di tre organi – due Consigli superiori e un’Alta Corte disciplinare – con un costo di circa un miliardo e mezzo di euro in dieci anni».
Risorse che, sottolinea, potrebbero essere investite altrove: «Avrebbero potuto essere utilizzate per dare risposte più rapide ai cittadini, che oggi vivono sulla propria pelle i ritardi dei tribunali».
Il nodo della separazione delle carriere.
Uno dei punti centrali della riforma è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Ma per Lombardo si tratta di un argomento fuorviante: «La separazione si può fare senza modificare la Costituzione. Lo ha detto la Corte costituzionale già nel 2000. Questo significa che l’obiettivo reale non è quello dichiarato». Il sospetto, dunque, è che la riforma miri a un cambiamento più profondo dell’equilibrio tra i poteri.
«Il pubblico ministero verrebbe snaturato».
Il passaggio più critico riguarda il ruolo del pubblico ministero. «La figura del pubblico ministero verrà completamente snaturata. Oggi il pubblico ministero è il primo argine ai processi inutili», spiega Lombardo. «Si forma come un giudice e agisce come un primo giudice».
I numeri citati sono significativi: su circa 2,4 milioni di notizie di reato all’anno, solo 400 mila arrivano a processo. «Significa che il pubblico ministero filtra circa un milione e mezzo di casi».
Con la riforma, questo equilibrio rischierebbe di saltare: «Acquisendo uno status diverso, il pubblico ministero potrebbe basarsi su parametri differenti. Il risultato? Più processi e tempi ancora più lunghi». E conclude: «Si rallenterà ulteriormente la giustizia, che è già uno dei problemi principali».
Terzietà del giudice: «Un equivoco di fondo».
Lombardo respinge anche l’idea che la riforma serva a garantire un giudice più imparziale: «C’è un equivoco di fondo. Autonomia e indipendenza non coincidono con la terzietà». Il giudice, sostiene, è già terzo grazie alle norme vigenti: «Questo principio è già garantito dall’articolo 111 della Costituzione». Al contrario, l’unità della magistratura rappresenta oggi «una garanzia anticipata per tutti».
Il rischio sull’articolo 101.
Tra i passaggi più delicati, Lombardo indica le conseguenze indirette sulla Costituzione: «L’articolo 101 dice che il giudice è soggetto soltanto alla legge». Oggi questo principio si estende anche al pubblico ministero. Ma con la separazione: «Non avremmo più la possibilità di applicarlo al pubblico ministero, che non sarà più giudice». Da qui la domanda, lasciata volutamente aperta: «Se non sarà più soggetto soltanto alla legge, a che cosa sarà soggetto? Non ci è stato detto».
Sorteggio e gestione della magistratura.
Critiche anche al meccanismo del sorteggio per la composizione dei nuovi organi: «Non è un metodo accettabile per organi di rango costituzionale», afferma Lombardo. «I magistrati non vengono formati per gestire amministrativamente la macchina giudiziaria». Una scelta che, secondo lui, rischia di compromettere l’efficienza del sistema.
«Stiamo votando senza conoscere tutto».
Nel finale, il procuratore lancia un appello diretto agli elettori: «Ho la sensazione che si andrà a votare senza conoscere fino in fondo gli effetti della riforma». E utilizza una metafora concreta: «È come firmare un contratto senza aver letto le clausole vessatorie. Le scopriremo dopo». Un rischio che, a suo avviso, non può essere accettato: «Non si può fare un salto nel buio di questo tipo, soprattutto quando si parla della nostra Costituzione».
Con il voto alle porte, il confronto resta acceso. Ma le parole di Lombardo riportano il dibattito al punto centrale: non una questione tecnica per addetti ai lavori, ma una scelta che riguarda direttamente i diritti e il futuro dei cittadini.

