Intervista a Michelangelo Marino, autore del libro “La felicità è un diritto”: «Siamo costantemente esposti a immagini di vite apparentemente perfette e rischiamo di confrontare la nostra realtà, con tutte le sue complessità, con la rappresentazione ideale della vita degli altri»
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Un concetto complesso, con declinazioni individuali e collettive, per un sentire che dovrebbe essere semplice, “naturale”. Parliamo di felicità, oggetto di speculazioni filosofiche a partire dai grandi pensatori dell’antichità, di indagini psicologiche e sociologiche che attraversano tempi e condizioni storiche differenti, di analisi riferibili a parametri e situazioni che dovrebbero determinarla, di avvincenti esplorazioni in letteratura. Una tensione connaturata all’essere umano, quella verso la felicità. Un’esigenza codificata nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America e, con sfumature diverse, da molte Carte costituzionali, tra cui quella italiana.
Dal 2012, l’Organizzazione della Nazioni Unite ha istituito la Giornata internazionale della felicità, celebrata il 20 marzo, riconoscendone così la rilevanza come obiettivo universale in tutto il mondo. E uno studio, legato alla celebrazione, disegna ogni anno la mappa della felicità nel mondo: nel 2026 al primo posto c’è la Finlandia, salda in vetta da nove anni, l’Italia si colloca al trentottesimo. La classifica viene stilata sulla base di quanto dichiarino di ritenersi felici i soggetti intervistati in una scala da 1 a 10, dove emergono come indicatori di felicità la famiglia, la salute, gli affetti, mentre la situazione economica è spesso collocata tra le cause di insoddisfazione. Un’aspirazione, quindi, che pare sfuggire, almeno in parte, alle nostre possibilità di determinarla.
Sostiene invece che molto, moltissimo, dipenda da noi, Michelangelo Marino, pedagogista, mental coach ed esperto in Scienza della Felicità, autore di un bellissimo lavoro dal titolo che conquista, “La felicità è un diritto”, edito da Falzea. Marino parte da esperienze individuali “forti”, a partire dalla propria, quella di un bambino che incontra la violenza e che avrebbe potuto rimanerne “prigioniero”. Parte da vicende che sembrerebbero non concedere più alcuno spazio a una vita felice. E che, invece, fanno fiorire benessere e gioia. Parte dal buio, anche estremo, e ci indica possibili strade per riappropriarsi di colori e luce.
Partiamo dal titolo, un’affermazione netta. Ma la felicità è davvero un diritto o piuttosto una conquista?
«Ho scelto questo titolo dopo aver fatto il percorso in Scienza della Felicità (disciplina che arriva da Harward), e dopo aver preso consapevolezza che il nostro benessere/felicità non dipende solo dal nostro apparato genetico, né solo da dove siamo nati o da cosa abbiamo vissuto, ma principalmente dalle azioni che ogni persona decide di fare e che sono indirizzate a conoscersi meglio e a stabilire relazioni sostenibili. E quando dico che la felicità è un diritto mi riferisco al fatto che tutti debbano essere informati dell’esistenza di una Scienza che si occupa di questa tematica e abbiano, allo stesso tempo, la possibilità di formarsi con metodo e strumenti. Affermare che la felicità è un diritto significa riconoscere a ogni persona il diritto di cercare il proprio benessere, di dare valore alla propria esistenza e di provare a costruire una vita che sia coerente con ciò che è e con ciò che ritiene importante. Naturalmente, questo non significa che qualcuno possa garantirci la felicità, né che basti voler essere felici per esserlo. La vita ci mette davanti a ostacoli, delusioni e situazioni che non possiamo controllare. Ed è proprio qui che nasce la distinzione tra diritto e conquista: la felicità è un diritto da riconoscere, ma è anche un percorso da coltivare. Non dobbiamo conquistarci il diritto di essere felici, perché il nostro valore non dipende dai risultati che raggiungiamo. Possiamo, però, imparare a prenderci cura della nostra felicità attraverso le scelte, le relazioni, la consapevolezza e il modo in cui abitiamo la nostra quotidianità. In fondo, il mio libro è un invito a smettere di considerarci spettatori della nostra vita e a iniziare a riconoscerci, per quanto possibile, protagonisti del nostro percorso».
Perché si fa così fatica oggi a essere felici?
«Credo che oggi facciamo fatica a essere felici anche perché viviamo in una società che ci invita continuamente a confrontarci, a raggiungere obiettivi, a dimostrare quanto valiamo e a desiderare qualcosa di nuovo. Siamo costantemente esposti a immagini di vite apparentemente perfette e rischiamo di confrontare la nostra realtà, con tutte le sue complessità, con la rappresentazione ideale della vita degli altri. Questo può farci perdere il contatto con noi stessi. Ci chiediamo continuamente se abbiamo abbastanza, se stiamo facendo abbastanza, se siamo abbastanza. E, mentre siamo impegnati a inseguire ciò che ci manca, rischiamo di non riconoscere ciò che già possediamo e ciò che siamo».
Ma cos’è in concreto la felicità?
«Secondo la Scienza esistono due dimensioni della felicità: quella “edonica”, legata all’emozione del momento, e quindi parliamo di un approccio effimero e temporaneo; e quella “eudaimonica”, legata alla conoscenza di sé, alla capacità di conoscere e canalizzare le proprie emozioni, all’attivazione del pensiero positivo, alla capacità di fare delle scelte sostenibili, di rialzarsi da situazioni avverse, di stabilire relazioni di valore, di conoscere il proprio proposito di vita e i propri valori. Qui ci riferiamo ad una felicità più duratura e permanente. Ma la cosa importante è capire che una dimensione non esclude l’altra e che ci vuole tempo, costanza e disciplina. Perché la felicità è una competenza e può essere allenata».
Si sottolinea spesso che non possiamo cambiare gli eventi ma possiamo scegliere come viverli, o meglio provare a scegliere. Ma questo cosa significa di fronte a prove “enormi” della vita come perdite e mancanze gravi?
«Questa è probabilmente la domanda più delicata, perché dobbiamo fare attenzione a non trasformare un messaggio motivazionale in una semplificazione della sofferenza umana. Quando parliamo di scegliere come vivere gli eventi, non dobbiamo intendere che possiamo scegliere di non soffrire, di non provare dolore o di superare rapidamente una perdita. Ci sono esperienze che ci attraversano profondamente e che richiedono tempo, ascolto, sostegno e, a volte, la necessità di fermarci. Di fronte alla perdita di una persona cara, a una mancanza grave o a un evento che cambia la nostra vita, non sarebbe rispettoso dire a qualcuno “devi reagire” oppure “dipende da te come affrontare tutto questo”. Non sempre abbiamo subito le risorse per farlo. E non dobbiamo sentirci in colpa se non riusciamo a trovare immediatamente un senso in ciò che è accaduto. Credo, però, che ci sia una differenza importante tra riconoscere il dolore e pensare che il dolore debba definire per sempre ogni possibilità della nostra vita. Non possiamo cancellare ciò che è accaduto, ma, con i nostri tempi e con il sostegno di cui abbiamo bisogno, possiamo cercare nuovi modi per stare dentro quella realtà. A volte la prima scelta possibile non è reagire, ma chiedere aiuto. Altre volte è concedersi il tempo di soffrire, accettare la presenza di qualcuno accanto o riuscire semplicemente ad affrontare una giornata alla volta. La felicità, in questi casi, non significa tornare a essere quelli di prima, né dimenticare ciò che abbiamo perduto. Può significare, gradualmente, scoprire che accanto al dolore possono tornare a esistere anche una relazione significativa, un momento di serenità, un progetto o una ragione per guardare avanti. Non sempre possiamo scegliere ciò che la vita ci mette davanti, e non sempre possiamo scegliere subito come sentirci. Possiamo però, quando e per quanto ci è possibile, cercare un modo per non affrontare tutto da soli e per riaprire uno spazio alla vita. Per me, parlare del diritto alla felicità significa anche questo: riconoscere che nessuno deve dimostrare di essere forte per meritare di stare meglio. La mia vita parte da una violenza subita a 6 anni, ed avrei avuto tutte le carte in regola per lamentarmi e per dire che non avrei mai potuto essere felice, ma poi ho scelto io di dare un significato all’episodio accaduto e oggi voglio insegnare, con un metodo presente nel libro, ad affrontare ciò che la vita ci pone davanti».
Come si lavora per impossessarsi del diritto alla felicità?
«Credo che il primo passo sia smettere di considerare la felicità un traguardo lontano e iniziare a viverla come una responsabilità quotidiana verso noi stessi. Non una responsabilità che ci colpevolizza quando stiamo male, ma un impegno a prenderci cura della nostra vita. Le parole chiave sono: scelta, studio (ossia metodo e strumenti), perseveranza, tempo. Tutto questo porta in quattro direzioni. La prima è la conoscenza di sé: fermarci e chiederci chi siamo, che cosa desideriamo davvero, quali sono i nostri bisogni e quali valori vogliamo portare nella nostra vita. Perché non possiamo costruire una felicità autentica se inseguiamo esclusivamente obiettivi stabiliti dagli altri. La seconda è la consapevolezza: imparare a riconoscere le nostre emozioni, vivere maggiormente il presente e distinguere ciò che possiamo controllare da ciò che non dipende da noi. Non significa ignorare le difficoltà, ma investire le nostre energie dove possono fare la differenza. La terza riguarda le relazioni. La felicità non è soltanto un percorso individuale. Abbiamo bisogno di legami autentici, di sentirci ascoltati, di appartenere a una comunità e di poter essere noi stessi senza dover continuamente dimostrare qualcosa. La qualità delle nostre relazioni incide profondamente sul nostro benessere. La quarta è la capacità di trasformare la consapevolezza in azione. Non servono necessariamente grandi rivoluzioni: possiamo iniziare da piccoli gesti quotidiani, da una passeggiata senza telefono, da un momento dedicato a ciò che amiamo, da un ringraziamento sincero, da una scelta rimandata troppo a lungo o da una conversazione che abbiamo bisogno di affrontare.
Possiamo sintetizzare in qualche modo quanto detto sin qui e lasciare un messaggio conclusivo per chi vorrà leggere il libro?
«C’è un principio nel quale credo molto: poco ma sempre. La crescita personale non nasce soltanto dai grandi cambiamenti, ma dalla continuità delle piccole azioni che scegliamo di compiere. Ecco perché non considero la felicità una formula da applicare o una ricetta uguale per tutti. È un percorso personale, fatto di tentativi, consapevolezza, relazioni e scelte che possiamo rivedere nel tempo. Il messaggio potrebbe essere questo: non aspettare che la vita diventi perfetta per cominciare a prenderti cura della tua felicità. Non sempre puoi scegliere le pagine che la vita ti mette davanti, ma puoi, un passo alla volta, imparare a scrivere quelle che ancora ti aspettano».

