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di Daniela Pellicone – Era da qualche anno che arrivavo ai cancelli del parco dei Tauriani, sperando di trovarli aperti, ma ogni volta le mie aspettative restavano deluse e, al di là dei muri di recinzione, l’erba alta impediva ai curiosi di scrutare i reperti. Dal 30 maggio però, tutte le meraviglie custodite al suo interno sono nuovamente fruibili al pubblico. Non deve essere stato poco il lavoro fatto dai volontari del Movimento culturale San Fantino per ripristinare il grande parco ed è gratificante coadiuvare il suo mantenimento, corrispondendo l’esiguo contributo richiesto per l’ingresso. Questo pianoro di tre ettari sembra un vero parco giochi per appassionati di storia, arte, archeologia, religione, natura e paesaggi mozzafiato.
Il parco è intitolato al medico palmese Antonio De Salvo e fu lui, nel XIX secolo, ad avere le prime intuizioni e poi fare le prime scoperte delle presenze archeologiche dell’antica città brettia e poi romana di Tauriana. Vicino all’ingresso vi è anche un’area picnic attrezzata ed uno dei volontari mi riferisce dell’idea di aprire un punto ristoro che attrarrebbe senza dubbio altri visitatori, oltre a rendere più gradevole la permanenza nel parco. Pochi metri dopo aver imboccato il sentiero, che costeggia le aree di maggior interesse, possiamo notare parte del basolato di quella che era la via principale dell’antica Tauriana, che si collegava alla più importante via Popilia che, da Reggio Calabria, come tutte le strade, conduceva a Roma.
Spostando di poco lo sguardo, ci troveremo innanzi i resti, in grandissima parte conservati, dell’anfiteatro, la cui struttura lascia intendere che non si trattasse del solito edificio dedicato alla messa in scena dei soli spettacoli teatrali: è verosimile che l’arena ospitasse anche battaglie tra gladiatori e la presenza di un sistema di canalizzazione delle acque verso l’orchestra, cioè la parte centrale del teatro, fa presupporre che la struttura potesse essere allagata e che qui si svolgessero delle naumachie, delle vere battaglie navali, al cospetto di 3000 spettatori. Riprendiamo il sentiero per qualche metro ed ecco che scorgeremo i resti della “casa del Mosaico”, che deve il nome al ritrovamento al suo interno di un mosaico rappresentante una scena di caccia, realizzato su una base in bronzo con tessere policrome, argento e pietre preziose, che ornava la sala dei banchetti della dimora e che è attualmente esposto nel Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria.
Qualche passo ci separa dai resti delle mura di un triportico, appartenente ad un santuario romano, l’edificio è oggi chiamato “palazzo di Donna Canfora”, di lei e della sua leggendaria bellezza ci potranno raccontare i volontari, prenotando una visita guidata di questo affascinante sito. Siamo quindi arrivati all’estremità del pianoro fiancheggiato da un sentiero a strapiombo sulla costa Viola, che ci regala un’incantevole vista panoramica sul mare e sulle isole Eolie e che ci condurrà alla torre normanna del XVI secolo. Se non avete le vertigini, possiamo montare le ripide scalette che ci condurranno alla sua sommità ed avere così una visuale ad oltre 180 gradi sulla costa e, con un po’ di immaginazione, potremo fingere che pescherecci e moto d’acqua siano barche di pirati e scialuppe.
Dai piedi della torre, scendiamo la scalinata in pietra che attraversa l’uliveto e prendiamo di nuovo il sentiero che ci condurrà alla chiesa di San Fantino e da questa accederemo alla straordinaria cripta, della quale altri volontari ci illustreranno esaustivamente ogni dettaglio. La riapertura di un posto così incredibile non può che portarci a credere ancora in questa terra, il cui sviluppo può avvenire solo valorizzando le bellezze che possiede e facendone conoscere la storia e il patrimonio ai suoi abitanti, affinché si facciano suoi sostenitori e promotori.

