Se avessi preso quell’ultimo treno con Pasquino Crupi oggi, anziché tredici anni fa, probabilmente avremmo parlato di questo: del suo amato Primo Maggio. Quello che resiste nei calendari, in sempre meno piazze, in alcuni improbabili discorsi ufficiali, nelle bandiere che ogni anno tornano a sventolare cambiando egemonia e colore. E soprattutto della Calabria che intanto continua a misurare la propria vita con una domanda antica, mutata nel tempo soltanto nella forma: che cosa significa lavorare, restare, partire, costruire futuro in una terra dove il riscatto sembra chiedere sempre una prova in più? Dove tutti i sacrifici che fai sembrano non bastare?

Pasquino avrebbe guardato fuori dal finestrino con quella sua inquietudine politica che non lasciava mai le cose al loro posto. Avrebbe visto stazioni soppresse in paesi più vuoti, fermate più silenziose, famiglie abituate a salutare figli e nipoti con una normalità ormai diventata pericolosa. Forse avrebbe ascoltato i miei discorsi sui giovani, sull’innovazione, sulle nuove professioni digitali, sulle startup, sull’intelligenza artificiale. Sul lavoro da remoto e la sua finta libertà. E anche se i giovanissimi nonostante i miei 36 anni dicono che parlo un po’ troppo da boomer, forse Pasquino avrebbe sorriso amaramente, riconoscendo sotto il lessico nuovo la stessa vecchia questione: il Sud chiamato a inseguire il proprio diritto alla dignità.

Perché il Primo Maggio di Pasquino Crupi oggi non sarebbe stato una ricorrenza da celebrare con parole comode e concertoni. Sarebbe stato una festa inquieta. Una giornata capace di sporcare la memoria con il presente, di portare i morti nelle domande dei vivi, di togliere la polvere dalle lotte contadine e metterle accanto ai curriculum inviati nel vuoto, ai contratti intermittenti, alle lauree che diventano biglietti di sola andata, ai ragazzi che lavorano davanti a uno schermo per aziende lontane mentre il paese sotto casa continua a perdere voce, intelligenza, braccia, futuro.

Ma sarebbe stato anche il Primo Maggio della zeppola col vino di Peppino, del garofano rosso di Chicca, degli occhi commossi di Leo. Perché in Calabria certe tradizioni non cambiano mai.

E non solo quelle. Perché dalla zappa all’algoritmo la Calabria ha via via cambiato strumenti. Ha cambiato rumori, posture, illusioni. La zappa evocava la fatica visibile, il corpo piegato, la terra dura, la fame, il conflitto per il pane, le occupazioni, i braccianti, i contadini senza terra. Le gelsominaie, la loro falce, i calli e i chilometri. L’algoritmo oggi racconta un’altra fatica, spesso più elegante e più difficile da nominare: quella dei turni caricati su una piattaforma, dei punteggi invisibili, delle selezioni automatiche, dei lavori pagati a progetto, delle vite professionali appese a una mail che tarda ad arrivare, a un bando, a una graduatoria, a una chiamata da fuori regione, da fuori Paese. Forse tra qualche decennio anche da fuori pianeta.

Pasquino ha raccontato di una terra costretta troppo spesso a difendersi da due condanne: quella materiale della povertà e quella culturale della caricatura. Il Sud arretrato, il Sud incapace, il Sud assistito, il Sud destinato a perdere e a scomparire. Contro tutto questo ha combattuto con una lingua aspra, sanguigna, polemica, propria di chi nella Calabria non vedeva un paesaggio da compatire ma un luogo da capire, da scuotere, da liberare.

Il Primo Maggio, allora, diventa oggi per me una chiave per rileggerlo senza trasformarlo in “santino”, specialmente elettorale. Pasquino da me avrebbe preteso domande. Avrebbe chiesto perché una regione ricca di talenti continui a consegnare i propri figli alle partenze. Perché lo studio, che per lui era arma di riscatto, venga ancora vissuto da migliaia di giovani come preparazione all’esilio. Perché il lavoro, quando arriva, sia spesso troppo fragile per reggere un progetto di vita. Perché restare in Calabria sembri ancora un gesto di resistenza prima ancora che una scelta.

Non parto, Onorevole, per adesso non parto. Ma è sempre difficile.

Lui, uomo di piazza e di pensiero, avrebbe colto la parentela profonda fra il contadino che rivendicava la terra e il giovane che oggi rivendica tempo, salario, stabilità, riconoscimento. Avrebbe visto nel rider, nel precario digitale, nel laureato sottopagato, nel professionista costretto a cercare altrove una committenza dignitosa, nuove figure di una storia meridionale che cambia abiti e conserva la stessa domanda di giustizia. Prima la fatica aveva mani callose e scarpe impolverate. Oggi può avere auricolari, computer, monopattini elettrici, connessioni veloci e contratti leggeri come carta velina. D’altronde, in qualunque modo tu la possa cucinare la zucchina resta sempre tale.

Se avessi preso quell’ultimo treno con Pasquino Crupi oggi, anziché tredici anni fa, probabilmente parlando e riflettendo saremmo già arrivati. Saremmo già scesi in quella piazza Stazione illuminata dalle luci di edicola e bar e ci saremmo salutati, al prossimo treno. Consapevoli che la lotta non sarà mai finita come i treni che ancora dovremo prendere.

Manchi tanto, Pasquino. E buon Primo Maggio a te e al tuo pensiero che dalla zappa all’algoritmo sa essere sempre nuovo ed essenziale.