In un’epoca in cui il mito della ricchezza facile ammalia i giovanissimi, il procuratore lancia un monito: se la mafia si eredita come un codice genetico, l’onestà resta una scelta consapevole. Ecco perché la vera sfida contro la criminalità si gioca sul campo della cultura e del coraggio di recidere i legami tossici
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Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli
Incontrare Nicola Gratteri significa ogni volta confrontarsi con una visione nuda e cruda della realtà, una prospettiva che non concede sconti ma che, proprio nella sua severità, nasconde un profondo afflato pedagogico. Nel suo ultimo libro, Radici, il Procuratore scava nelle fondamenta di quel potere criminale che continua a rigenerarsi, nutrendosi spesso proprio di quelle radici familiari che dovrebbero invece garantire protezione e valori.
Il peso dell’eredità: una statistica della sfortuna
Il punto di partenza è un dato che scuote le coscienze: la "fortuna" o la "sfortuna" della nascita. Gratteri è categorico: «Se nasci in una famiglia mafiosa, le probabilità di diventare un adulto affiliato sfiorano il 99%». È un’eredità pesante, un destino che sembra già tracciato tra le mura domestiche, dove l’illegalità viene praticata come un quotidiano esercizio di potere. Al contrario, crescere in un ambiente sano garantisce, in nove casi su dieci, la formazione di un cittadino onesto.
Ma è proprio in questo scarto — in quel "non è che siano obbligati" — che risiede il cuore del messaggio del Procuratore. La criminalità non è un destino biologico ineluttabile, ma una condizione di "sfortuna" dalla quale è possibile, sebbene doloroso, affrancarsi.
Il fascino del potere e la trappola del consenso
Oggi le organizzazioni criminali non usano solo la violenza; usano il marketing del successo. I giovani, sempre più affascinati da modelli che esaltano il denaro facile e l'autorità indiscussa, rischiano di vedere nella 'Ndrangheta o in altre mafie una scorciatoia per l'affermazione sociale. Gratteri avverte che questa seduzione è l'arma più pericolosa per la rigenerazione delle cosche.
Per arginare questa deriva, non bastano le manette. Serve una rivoluzione culturale che mostri ai ragazzi il vuoto dietro quella facciata di opulenza. La pedagogia della legalità deve passare per la consapevolezza: capire che ciò che i genitori praticano è, semplicemente, "il male".
La scelta del distacco: andarsene per ritrovarsi
Il passaggio più forte delle riflessioni di Gratteri riguarda la possibilità della fuga come atto di integrità. Quando un giovane acquisisce la consapevolezza dell'illegalità che lo circonda, ha davanti a sé una strada tortuosa ma necessaria: recidere i ponti.
Andarsene lontano, cambiare regione, tagliare i legami con chi ha scelto la via del crimine, anche se si tratta della propria carne e del proprio sangue. Non è un abbandono, ma un atto di sopravvivenza etica. In un territorio come il nostro, dove le radici sono profonde e spesso intrecciate, il messaggio del Procuratore è un invito ai giovani a diventare "alberi" capaci di crescere altrove, pur di non farsi avvelenare dal terreno in cui sono stati piantati.
La lotta alle mafie, dunque, si vince nelle aule di scuola e nelle scelte individuali. Perché «se è vero che la famiglia può essere una condanna, la consapevolezza è lo strumento che permette di trasformare quella sfortuna d'origine in una testimonianza di libertà».

