Non va bene. Diciamolo chiaramente e una volta per tutte. Questa che stiamo vivendo è la campagna elettorale più contraddittoria degli ultimi anni. Predicare bene e razzolare male è ormai un evidente tic della politica che il centrosinistra sembra non voler tradire. Per tutta una serie di situazioni che non hanno neanche bisogno di tante parole per essere descritte, perché spesso le cose si presentano nei fatti per quello che sono.
Spesso nelle campagne elettorali si dice che gli uscenti hanno più facilità di amplificare il proprio messaggio, e quindi i propri progetti, perché dispongono della struttura e quindi del cosiddetto Palazzo che ancora amministrano, perché magari hanno tenuto da parte tutta una serie di assi nella manica che si traducono in tagli di nastro strategici, preferibilmente in luoghi dimenticati per lungo tempo. Ma non solo. Eppure ci sta. È la politica bellezza, direbbe qualcuno. Però c’è anche un limite da rispettare. Quella morale comune che la collettività utilizza per distinguere il bene dal male e orientare i propri comportamenti. Perché no, anche dentro l’urna.
Se d’altra parte calchi palchi, sale cinematografiche, salotti privati per dire “noi siamo meglio di loro” devi avere anche la certezza che non ti iscrivi nel partito di chi si veste dell'ipocrisia di chi dà buoni consigli, proclama principi morali o onesti, ma poi agisce in modo opposto, se non in malafede, quanto meno incoerente.
Dispiace in questo senso che oggi il centrosinistra si stia distinguendo per questo. Proprio perché non mostra di voler cambiare quel vizietto tutto elettorale, quelle “cose già viste” che poi lasciano il tempo che trovano. Prestando il fianco agli avversari.
Mimmetto Battaglia ha inaugurato il suo mandato da facente funzioni al motto: «il Comune è l'azionista di maggioranza del tessuto economico della città». Un’affermazione che intende sottolineare il ruolo cruciale dell'ente locale nel sostenere l'economia cittadina attraverso la gestione delle partecipate, i servizi e le politiche di bilancio, di cui fino a poco prima di essere sindaco era il titolare.
Un’espressione efficace che però mal si concilia con quanto sta accadendo all’ombra di Piazza Italia, dove ormai gli art. 90, tra Palazzo San Giorgio e Palazzo Alvaro, non si contano più. A cosa potranno mai servire tante persone di staff negli ultimi quindici o trenta giorni di un mandato ormai scaduto? Con quali competenze e dove sono collocati questi nuovi assunti a tempo? La città appare immobile già da un pezzo, e non vorremmo che questi giovani e meno giovani finiscano col presidiare le segreterie politiche di questo o quel candidato. Sicuramente non sarà così, perché sarebbe imperdonabile e contro legge, ma se “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca” è la frase che sempre più spesso si sente uscire dalla bocca del cittadino medio, un motivo ci sarà.
L’ultima perla, poi, sono i bandi pubblicati tra il 12 e il 13 maggio per la formazione di graduatorie relative ad addetti alla sosta e operatori tecnici, con scadenza fissata al 3 giugno. La denuncia arrivata da Armando Neri – non smentita – è un pugno allo stomaco della città. Uno schiaffo a chi crede o ha creduto al cambio di passo. Perché mettere a bando graduatorie o assumere – lecitamente, sia chiaro - personale di fiducia a dieci giorni dal voto non suona proprio come un inno alla “buona politica”, ma un invito ad appiattirsi a metodi e prassi che una città come Reggio, che vuole proiettarsi al futuro, non può più accettare.
Meditate politici. Meditiamo tutti. E meditate anche voi, giovani e meno giovani reggini, che accettate un futuro dalle “vecchie maniere”.