Diceva Komrad Adenauer, il Vecchio della politica tedesca dell’immediato dopoguerra: «Non si dovrebbe mai dire “è troppo tardi”. Anche in politica non è mai troppo tardi. È sempre tempo per un nuovo inizio».

Sarà pur vero, ma di annunciazioni e nuovi inizi negli ultimi decenni in città e in Calabria ne abbiamo visti e ascoltati tanti. Talmente tanti da faticare a stabilire il confine tra realtà e finzione. Ma da arrivare infine, con disincanto e amarezza, a stancarci di prendere atto che ciò che ci veniva propinato come vero, o ahinoi già verosimile, si rivelasse inattendibile.

Non un punto di rottura, ma un lento sfilacciamento di un patto di fiducia che ci ha traghettato oltre. Abbiamo così compreso che quell’attitudine al “come se”, di cui siamo stati nutriti, tipica di un’infanzia che ha bisogno di immaginare per apprendere e sperimentare le categorie e i paradigmi del mondo reale, non si è mai tradotta in visioni da costruire, ma solo da evocare.

Questo per quanto riguarda ciò che abbiamo subito. Possibile escludere ogni nostra responsabilità e limitarci al ruolo di soli soggetti pazienti? Direi di no. Ci abbiamo messo del nostro, eccome, abdicando ad aspettative e a quella capacità di formulare, rivendicare e pretendere altri mondi possibili.

Ci siamo rassegnati e al tempo stesso impoveriti, presi per il naso da chi ha avuto meno interesse a che guardassimo la luna, piuttosto che il dito che ce la indicava. Ci siamo imbarbariti, arretrando sul terreno di un confronto che abbiamo consegnato all’oblio, retrocedendo sulla sorveglianza della qualità del dibattito pubblico. E sull’esercizio dei nostri diritti di cittadinanza, delle aspettative giustamente collegate, e delle nostre responsabilità di esseri sociali.

Per questo oggi è già tardi. Non solo non abbiamo più tempo da perdere, ma siamo chiamati a fare il nostro. Perché il nostro è il tempo dell’oggi e quello del domani. Quello che consegneremo ai nostri figli e ai nostri nipoti quando dovremo inevitabilmente cedere il nostro testimone.

Questa rubrica allora nasce per aprire rinnovate prospettive nel dibattito pubblico dedicato ai territori, alle loro visioni di sviluppo e al mondo, piccolo e grande, come è e come vorremmo che fosse. Ritaglieremo uno spazio domenicale, che è il tempo in cui possiamo respirare per riflettere e programmare le settimane, i mesi, gli anni a venire. Lo faremo mettendo le mani nel fango, se serve. Raccontando piccole e grandi storie che potevano produrre risultati, ma che sono state chiuse nei cassetti. E altre che sono state gestite male e che, da occasioni si sviluppo, sono state trasformate in vessilli di fallimento.

Questo ci aiuterà ad elaborare quel perverso castigo che ci siamo autoinflitti e che possiamo a buon titolo definire lo stigma interiorizzato del reggino, del calabrese, brutto, sporco, incapace e nero. Per tornare a comprendere e a credere che altri modi sono possibili, solo se frequentati e praticati.

Se è vero che oggi è già tardi, come diceva Adenauer, non solo non lo è (ancora) troppo, ma «non c’è niente da piangerci».