Un recente studio condotto dal Banner Neurodegenerative Disease Research Center dell’Università Statale dell’Arizona ha proposto una nuova ipotesi sulla causa scatenante del morbo di Alzheimer, la principale forma di demenza a livello mondiale.

Secondo i ricercatori, un’interruzione nella comunicazione tra il nucleo delle cellule, dove è contenuto il DNA, e il citoplasma potrebbe essere alla base della malattia. Questo blocco sarebbe causato dall’accumulo nel cervello di granuli di stress (SG), aggregati di RNA e proteine che si formano in risposta a vari fattori di stress, come tossine ambientali, patogeni o malnutrizione.

In condizioni normali, i granuli di stress hanno la funzione di proteggere l’RNA e le proteine. Tuttavia, un accumulo cronico di questi granuli nel cervello può alterare l’espressione di numerosi geni, portando a una serie di eventi che culminano nella neuroinfiammazione e nella neurodegenerazione, ovvero la morte dei neuroni, caratteristica dell’Alzheimer. Questo processo potrebbe spiegare le anomalie osservate nei pazienti affetti dalla malattia, come l’accumulo di placche di beta-amiloide e i grovigli di proteina tau nel tessuto cerebrale.

Sebbene le cause precise dell’Alzheimer rimangano sconosciute, sono stati identificati diversi fattori di rischio genetici, come la presenza della variante del gene APOE4, e ambientali, tra cui l’esposizione all’inquinamento atmosferico, disturbi del sonno, isolamento sociale, consumo di alcol e tabacco, basso livello di istruzione e alcune patologie. Secondo gli autori dello studio, l’alterazione dell’espressione genica indotta dai granuli di stress potrebbe essere il meccanismo fondamentale che collega questi fattori di rischio allo sviluppo della malattia.

Il professor Paul Coleman, coordinatore dello studio, ha affermato che questa nuova prospettiva, focalizzata sull’interruzione della comunicazione tra nucleo e citoplasma e sulle conseguenti alterazioni nell’espressione genica, offre una spiegazione plausibile dei meccanismi alla base dell’Alzheimer. Comprendere queste prime manifestazioni della malattia potrebbe aprire la strada a nuovi approcci nella diagnosi, nel trattamento e nella prevenzione.