In Calabria mancano guardie mediche, mancano medici nei reparti, si rischiano chiusure di servizi essenziali, quando non di interi ospedali. Ma sarebbe un errore pensare che questo sia solo un problema calabrese: siamo di fronte a un’emergenza nazionale.

E allora una domanda va posta, una volta per tutte, senza ipocrisie: com’è possibile che manchino i medici mentre continuiamo a impedire a migliaia di ragazze e ragazzi di iscriversi a Medicina?

Per anni il numero chiuso ha funzionato come un muro. Oggi quel muro non è stato abbattuto, ma soltanto trasformato in un meccanismo ancora più confuso e selettivo, che non risolve il problema e continua a escludere. Nel frattempo, chi protesta per il diritto allo studio viene persino delegittimato e accusato, invece che ascoltato. È un segnale gravissimo.

Tutto questo è inammissibile. L’articolo 32 della Costituzione afferma che la salute è un diritto fondamentale dell’individuo e un interesse della collettività. Ma la salute non si garantisce senza medici. E i medici non si formano se si limita l’accesso all’università pubblica.

C’è poi un altro diritto troppo spesso dimenticato: il diritto allo studio, che deve essere fondato sull’uguaglianza, non sulla selezione preventiva, non sul censo, non sulla casualità di un test. L’università deve essere libera, pubblica, accessibile.

Lo Stato deve investire nella formazione, non usarla come filtro. Se servono più medici, la risposta non è chiudere le porte, ma aprire le aule, assumere docenti, potenziare le strutture, programmare seriamente il futuro della sanità pubblica.

Da sindaco di Cinquefrondi, ma prima ancora da cittadino, chiedo che venga garantita a tutte e a tutti la possibilità di iscriversi a Medicina e di laurearsi, senza ostacoli artificiali.

Perché difendere la sanità pubblica significa difendere chi la rende possibile. E perché non esiste diritto alla salute senza diritto allo studio.

È tempo di scegliere da che parte stare: dalla parte dei diritti, dell’uguaglianza, della Costituzione.