Lo sciopero nazionale del trasporto aereo del 26 febbraio riporta al centro un tema che in Calabria assume un peso diverso rispetto ad altre aree del Paese: la mobilità come condizione di accesso, lavoro e permanenza sul territorio. La protesta, proclamata da più sigle sindacali e destinata a coinvolgere piloti, assistenti di volo, personale di terra e servizi aeroportuali, avrà effetti diffusi sull’operatività degli scali italiani, con cancellazioni già annunciate da diverse compagnie e un ridimensionamento significativo dei collegamenti.

Sul piano operativo, la compagnia ITA Airways ha già pubblicato l’elenco dei collegamenti cancellati in vista dello sciopero nazionale del 26 febbraio, consultabile sul sito ufficiale della compagnia nella sezione dedicata agli aggiornamenti sullo sciopero. Per le altre compagnie si dovrà verificare direttamente sui rispettivi siti internet dei vettori.

Tra le tratte coinvolte figurano anche voli da e per gli scali calabresi, con ripercussioni sui collegamenti da e verso Lamezia Terme e Reggio Calabria, già caratterizzati da una programmazione limitata e fortemente dipendente dagli hub nazionali.

Il riflesso dello sciopero non si esaurisce, quindi nella giornata dello stop. Gli scioperi del settore aereo producono un’onda lunga che investe i giorni precedenti e successivi, tra riprogrammazioni, coincidenze saltate e disponibilità ridotte. In questo contesto riemerge il tema dei prezzi, con tariffe che tendono a raddoppiare o triplicare proprio quando la domanda si concentra su pochi voli rimasti. È una dinamica legata ai sistemi di pricing automatico delle compagnie, che reagiscono alla riduzione dell’offerta e all’aumento improvviso delle prenotazioni.

La riduzione dell’offerta ha prodotto effetti immediati sui prezzi nelle giornate precedenti e successive allo sciopero, come mostrano le ricerche effettuate sui principali motori di comparazione: tariffe che in condizioni ordinarie risultano accessibili hanno registrato aumenti significativi, con importi spesso raddoppiati o triplicati per le rotte tra Milano e la Calabria. Nei casi in cui i costi appaiono più contenuti, il viaggio richiede uno o più scali con attese di diverse ore oppure partenze e arrivi collocati in fasce orarie poco compatibili con gli impegni di chi aveva programmato lo spostamento. La combinazione tra cancellazioni, disponibilità ridotta e algoritmi di prezzo dinamico ha quindi determinato una compressione delle alternative, trasformando un disservizio temporaneo in una criticità concreta per chi deve raggiungere il territorio o lasciarlo per motivi di lavoro, studio o salute.

Per i territori del Mezzogiorno, e in particolare per la Calabria, l’impatto è più evidente. Il volo rappresenta spesso il principale collegamento con il resto del Paese, soprattutto per chi viaggia per lavoro, studio o motivi sanitari. Quando gli hub nazionali rallentano, gli effetti si moltiplicano sugli scali periferici, dove il numero di alternative è limitato e la rete ferroviaria ad alta velocità resta distante. Una cancellazione a Roma o Milano può tradursi in un viaggio impossibile a Reggio, Crotone o Lamezia.

Lo sciopero diventa così una lente che rende visibile la fragilità strutturale del sistema. La crescita del traffico registrata negli ultimi anni negli aeroporti calabresi convive con un equilibrio sottile, fatto di rotte concentrate, forte dipendenza da pochi vettori e margini ridotti nelle fasi di crisi. Basta una giornata di stop per mettere in discussione la continuità dei collegamenti e riaprire il dibattito sul diritto alla mobilità.

Dentro questa cornice si inserisce il nodo politico della continuità territoriale. In Italia esistono strumenti pensati per garantire collegamenti essenziali in aree insulari o svantaggiate, con tariffe calmierate e rotte protette. La Calabria vive criticità simili, legate alla distanza dai grandi centri e alla scarsità di alternative, eppure il tema resta aperto e intermittente nel confronto pubblico. Lo sciopero riaccende una domanda che torna ciclicamente: la mobilità aerea è un servizio di mercato o un’infrastruttura strategica?

C’è poi il paradosso sociale. Da un lato il diritto dei lavoratori del settore a rivendicare condizioni e tutele, dall’altro quello dei cittadini a potersi muovere senza costi proibitivi o incertezze continue. Il corto circuito emerge con forza proprio nelle fasi di tensione, quando l’interruzione del servizio produce effetti che vanno oltre il comparto e toccano famiglie, imprese e territori.

Il 26 febbraio rischia di essere l’ennesimo episodio che conferma una realtà già nota: nel sistema della mobilità italiana le distanze non sono solo geografiche. Lo sciopero dura un giorno, le conseguenze possono estendersi per settimane. E nei territori dove il volo rappresenta un ponte più che una comodità, ogni cancellazione diventa una misura concreta di quanto resti ancora fragile il diritto a restare connessi al resto del Paese.