Difendere il Servizio Sanitario Nazionale significa difendere un diritto costituzionale e, insieme, l’idea stessa di Paese. Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE, da anni analizza numeri, scelte politiche e disuguaglianze che attraversano la sanità italiana, denunciando i rischi di un sistema sempre più frammentato. Dal sottofinanziamento alle liste d’attesa, dal divario Nord-Sud al caso emblematico della Calabria, il suo è un osservatorio privilegiato su una sanità che rischia di non essere più uguale per tutti.

Presidente Cartabellotta, il Servizio Sanitario Nazionale rischia davvero di diventare un sistema per pochi?
«È un rischio concreto e, in parte, già realtà. Oggi l’universalismo del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non viene messo in discussione sul piano formale, ma in pratica viene meno progressivamente. Liste d’attesa, aumento della spesa privata, rinunce alle prestazioni sanitarie e mobilità sanitaria raccontano un sistema in cui l’accesso non è più garantito a tutti allo stesso modo. Quando la possibilità di curarsi dipende dal luogo di residenza e dal portafoglio, il SSN smette di garantire un diritto universale e diventa accessibile solo come privilegio selettivo. Una trasformazione silenziosa, ma profondamente ingiusta».

Presidente, lei parla spesso di “difesa del Servizio sanitario nazionale”. Oggi, concretamente, da cosa va difeso il SSN?
«Innanzitutto dal definanziamento cronico, che è all’origine di quasi tutte le criticità. Ma le risorse, da sole, non bastano: il SSN va difeso anche da scelte politiche miopi, da riforme annunciate e mai portate a termine e, soprattutto, da una progressiva rinuncia al suo modello. Nessuno dichiara apertamente di volerlo superare, ma lo si indebolisce lasciando che il privato diventi l’unica risposta possibile ai bisogni di salute non soddisfatti dal pubblico. I numeri parlano chiaro: nel 2023 8 Regioni inadempienti sui Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), e nel 2024 oltre € 41,3 miliardi di spesa a carico dei cittadini e 5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria».

I dati Gimbe raccontano un’Italia sanitaria sempre più diseguale. Il divario tra Nord e Sud è ancora recuperabile?
«Oggi il gap ha assunto una dimensione strutturale: non riguarda solo la qualità dei servizi, ma la reale esigibilità dei diritti, soprattutto per la carenza dell’assistenza territoriale e socio-sanitaria, in particolare nelle aree interne e nelle Regioni del Mezzogiorno. Serve un cambio di paradigma: politiche nazionali di riequilibrio, investimenti vincolati e un rafforzamento del ruolo dello Stato nella garanzia dei LEA. Continuare a considerare queste diseguaglianze come fisiologiche significa accettare che la salute diventi un privilegio geografico».

La Calabria è da anni sotto i riflettori per commissariamenti e carenze croniche. È un caso isolato o un simbolo più ampio?
«La Calabria non è un’eccezione, ma un caso emblematico. Per anni si è privilegiato il controllo dei conti rispetto alla tutela della salute, senza riuscire né a risanare realmente i bilanci né a garantire servizi adeguati ai cittadini. È vero che nel 2023 la Calabria ha registrato il maggiore miglioramento nazionale nei punteggi LEA, ma resta penultima nella sanità territoriale, con gravi carenze di servizi e personale. Insieme ad altre Regioni del Sud rappresenta il fallimento di Piani di rientro e Commissariamenti nella riqualificazione e riorganizzazione dei sistemi sanitari in difficoltà: i cittadini vivono una sanità peggiore, sono costretti a curarsi altrove e pagano imposte regionali più elevate».

 Autonomia differenziata e sanità: rischio reale o allarme strumentale?
«È un rischio reale. Rafforzare le autonomie partendo da livelli essenziali di assistenza così diseguali significa cristallizzare le differenze esistenti. Prima di discutere di maggiore autonomia, è indispensabile garantire a tutti i cittadini gli stessi diritti fondamentali. In assenza di questo presupposto, l’autonomia differenziata diventa un moltiplicatore di diseguaglianze, non uno strumento di efficienza».

Se dovesse indicare una priorità assoluta per salvare il SSN nei prossimi dieci anni, quale sarebbe?
«Un finanziamento pubblico adeguato, stabile e programmabile. Senza risorse sufficienti non è possibile assumere personale, ridurre le liste d’attesa, investire sul territorio e rendere attrattive le professioni sanitarie. Ormai il sistema è intrappolato in una gestione emergenziale permanente, che logora i professionisti e mina la fiducia dei cittadini».

Qual è l’intervento più urgente per ridurre le disuguaglianze tra Nord e Sud, in particolare in regioni come la Calabria?
«Rafforzare il ruolo dello Stato nella garanzia dell’esigibilità dei LEA, accompagnando le Regioni più fragili con investimenti mirati, supporto tecnico-operativo e politiche del personale dedicate. Senza professionisti, organizzazione e servizi funzionanti, nessuna riforma può produrre equità. Ridurre le diseguaglianze non è un atto amministrativo, ma una scelta politica che misura la credibilità di un Paese nel garantire il diritto costituzionale alla tutela della salute».