La cronaca giudiziaria ha progressivamente assunto i tratti di un prodotto di intrattenimento ad alto impatto emotivo, anteponendo lo show al racconto e la massimizzazione dello share alla corretta rappresentazione dei fatti. Titoli clickbait, format narrativi improntati al sensazionalismo, ricostruzioni parziali e un uso spettacolare del linguaggio trasformano l’informazione in spettacolo. Nello spazio mediatico prende così forma una giustizia “fuori dal processo”, in cui l’indizio diventa verdetto provvisorio e la notizia si tramuta in stigma ben prima di qualsiasi verifica processuale: un’arena in cui la velocità prevale sulla profondità, l’audience sul rigore, l’emozione sulla prova.

Il rischio è duplice. Da un lato l’individuo subisce una vera e propria pena anticipata; dall’altro la giurisdizione viene delegittimata, perché la narrazione mediatica tende a soppiantare l’argomentazione giuridica e l’opinione pubblica finisce per sovrastare la motivazione delle decisioni, cardine di legittimazione democratica del potere giudiziario.

Per approfondire questi temi, la Sezione di Magistratura Democratica di Reggio Calabria, nell’ambito del ciclo “Dentro (e fuori) la giustizia”, ha promosso l’incontro “Fatti e rappresentazioni. La giustizia tra processo reale e processo mediatico”, ospitato al Cineteatro Metropolitano del Dopolavoro Ferroviario cittadino.

Il dibattito ha riunito due prospettive differenti ma complementari: quella del giornalismo giudiziario e quella della magistratura. Il giornalista Stefano Nazzi, autore del podcast Indagini, ha riflettuto sul modo in cui nascono e si sviluppano le narrazioni dei casi giudiziari, richiamando la responsabilità di chi li racconta:

«Da tanti anni è un rapporto che non riesce a essere sano, quello tra giustizia e informazione. Si dovrebbe cercare di dare le notizie, cioè quelle riscontrate, oggettive, verificate: questo in Italia avviene sempre più raramente. Da parte della magistratura bisogna imparare a comunicare oppure, a volte, a non comunicare, perché c’è anche questo problema: a volte si comunica troppo e questo crea difficoltà». In un mondo in cui i social hanno il sopravvento, dove l’informazione corre veloce, probabilmente un codice anche solo deontologico serve in maniera più urgente. «Oggi sono i social che dettano l’agenda, e spesso si assiste a un’informazione “fuffa”. Può sembrare di entrare in un campo che non è quello dei magistrati, è un altro campionato, però bisogna imparare a farlo, altrimenti l’ondata travolge».

Accanto a lui, la magistrata Mariarosaria Guglielmi, presidente di MEDEL, ha posto l’accento sul fondamento costituzionale della comunicazione giudiziaria e sui rischi di una narrazione alternativa rispetto al processo reale. Personaggi, soprattutto non persone, finiscono nei giornali condannati prima ancora che dal giudizio. Oggi se ne parla perché è importante, però per molto tempo c’è stato silenzio su questo aspetto. «È un tema che pone problematiche in un certo senso ancora più gravi di quelle che già conosciamo. Il problema del processo mediatico prescinde totalmente da quello che accade nel processo reale: significa che ha una narrazione alternativa, diversa da quella del processo reale, e tutta questa narrazione può compromettere i valori del processo reale, a cominciare dalla presunzione di non colpevolezza.

Queste problematiche si inseriscono in un contesto attuale nel quale la dimensione mediatica della giustizia può diventare anche uno strumento di propaganda, per presentare decisioni e processi come il risultato di iniziative che non rispondono alle finalità di giustizia. Se le decisioni vengono raccontate come il frutto di una magistratura che non svolge il suo ruolo in maniera imparziale, è chiaro che i rischi del processo mediatico si amplificano. Si alimenta l’interesse a dire che la sentenza doveva essere di assoluzione ed è stata di condanna, o viceversa, sempre prescindendo da quello che accade nel processo reale e dalle regole e garanzie che possono portare a una condanna o a un’assoluzione. Quando la narrazione mediatica prescinde dalla conoscenza di ciò che accade davvero nel processo, si crea un corto circuito molto pericoloso».

A moderare l’incontro è stato il magistrato reggino Marco Cerfedone, esponente di Magistratura Democratica, che ha sottolineato come il tema si inserisca in una fase particolarmente delicata per il sistema giustizia: «Non solo riforma della giustizia, ma cultura democratica. Oggi a Reggio Calabria portiamo ospiti nazionali per parlare di un tema importante, che riguarda anche la narrazione che si sta facendo delle riforme, ancora con tanti punti bui. È un argomento vasto, che incide sul lavoro quotidiano nei territori. L’incontro ha l’ambizione di puntare un faro sulla giustizia mediatica: su come la giustizia è realmente e su come viene rappresentata dai media.

Dobbiamo essere consapevoli delle distorsioni a cui si arriva con la giustizia mediatica: la compromissione della presunzione di non colpevolezza, il rischio che il processo diventi una pena anticipata, fino alla distorsione della finalità rieducativa, quando l’esposizione mediatica trasforma il procedimento in una fine infamante».

Il confronto ha messo in luce la necessità di un equilibrio delicato: garantire trasparenza e diritto di cronaca senza sacrificare le garanzie del processo. In gioco non c’è soltanto la reputazione dei singoli, ma la credibilità stessa della giurisdizione e la fiducia dei cittadini nello Stato di diritto.

In un’epoca in cui la dimensione digitale amplifica ogni notizia e ne accelera la diffusione, la sfida è culturale prima ancora che normativa: ricondurre il racconto della giustizia entro i confini della responsabilità, distinguendo tra fatti e rappresentazioni, tra processo reale e processo mediatico. Un confine sottile, ma decisivo per la tenuta democratica del sistema.