A parlare è l’associazione UnMondoDiMondi, che con un’analisi articolata e documentata prende posizione sulle recenti polemiche riguardanti Arghillà nord. Secondo l’associazione, le criticità del quartiere non derivano dalla presenza delle famiglie rom, ma sono il risultato di una precisa scelta di politica urbana che, nel tempo, ha prodotto e mantenuto un ghetto attraverso la concentrazione degli alloggi popolari.

«Arghillà nord non è il frutto di una “emergenza etnica”, ma il risultato di una precisa e reiterata scelta di politica urbana: la costruzione e il mantenimento di un ghetto. È da questo presupposto che occorre partire per comprendere davvero le criticità del quartiere e per evitare letture semplificate che finiscono per spostare l’attenzione dalle responsabilità strutturali.

Negli ultimi giorni, le dichiarazioni dell’assessore comunale Paolo Brunetti, secondo cui tutte le famiglie rom del ghetto del “208” sarebbero state trasferite ad Arghillà nord e costituirebbero la causa delle problematiche esistenti, hanno riacceso il dibattito pubblico. Una ricostruzione che, però, non trova riscontro nei dati ufficiali.

Secondo gli archivi dell’Assessorato Erp, tra il 2003 e il 2007 39 famiglie rom del “208” hanno ottenuto un alloggio in equa dislocazione abitativa in diversi quartieri della città, mentre 30 famiglie sono state assegnate ad Arghillà nord. I numeri smentiscono quindi l’idea di un trasferimento totale e dimostrano che l’equa dislocazione è stata praticata, seppur in modo parziale.

Non solo. Proprio in quegli anni prende forma la prima applicazione concreta dell’equa dislocazione abitativa, programmata dall’amministrazione Scopelliti sulla base del lavoro avviato negli anni Novanta dall’amministrazione guidata da Italo Falcomatà, in collaborazione con la Sezione Opera Nomadi e su richiesta delle stesse famiglie rom. Un percorso che riconosceva l’inclusione come alternativa alla concentrazione.

Per comprendere davvero Arghillà, però, è necessario allargare lo sguardo. La sociologia urbana spiega da decenni che la concentrazione di alloggi popolari in un’unica area produce esclusione strutturale, degrado sociale e criminalità, indipendentemente dall’etnia degli abitanti. Il problema non è “chi” vive in un quartiere, ma come viene costruito e gestito quello spazio urbano.

Quartieri come lo Zen di Palermo, Librino a Catania, Tor Bella Monaca o Corviale a Roma presentano le stesse criticità di Arghillà pur in assenza di famiglie rom. In tutti questi casi, la causa è la stessa: la concentrazione di famiglie a basso reddito e con fragilità sociali, che genera quello che gli studiosi definiscono “capitale sociale negativo”.

La nascita del ghetto di Arghillà nord affonda le radici alla fine degli anni Ottanta, con le assegnazioni del Bando 30 del 1988, che concentrarono numerose famiglie a basso reddito nonostante le rinunce degli assegnatari. Negli anni successivi, le assegnazioni – a famiglie rom e non rom – proseguirono ignorando sistematicamente i rifiuti, fino al Bando 30 bis del 1998, quando 180 famiglie furono destinate ad Arghillà. Molte rinunciarono, ma le rinunce vennero respinte, determinando la perdita del diritto alla casa.

Negli anni Duemila, grazie agli alloggi costruiti con il “Decreto Reggio”, si aprì uno spiraglio per l’equa dislocazione, ma la politica della concentrazione non venne mai realmente superata. La drastica riduzione delle assegnazioni negli ultimi quindici anni ha finito per spingere molte famiglie senza casa a occupare gli alloggi vuoti di Arghillà, perpetuando la ghettizzazione con altri strumenti.

Di fronte a questa storia, le soluzioni adottate finora appaiono parziali. Rigenerazione urbana e misure securitarie agiscono sugli effetti, ma non sulla causa. Studi e ricerche, anche condotte a Reggio Calabria, dimostrano che solo l’equa dislocazione abitativa produce inclusione sociale stabile, mentre la concentrazione peggiora progressivamente le condizioni di vita.

Eppure, le istituzioni continuano a investire risorse ingenti per mantenere il ghetto. Emblematico è l’impiego di circa 18 milioni di euro del programma PINQUA per interventi sugli alloggi di Arghillà: risorse che avrebbero potuto essere utilizzate per acquistare abitazioni sul mercato e avviare una vera politica di mixité sociale.

Un’alternativa esiste ed è già stata sperimentata, sia a Reggio Calabria – anche sotto l’amministrazione Giuseppe Falcomatà – sia nel vicino Comune di Melito Porto Salvo, con risultati positivi. Una strada che punta a superare il ghetto e a costruire una città meno segregata.

Continuare a leggere Arghillà come un problema etnico significa eludere la questione centrale: il ghetto è una scelta politica, e come tale può essere superato solo con una diversa visione urbana e sociale.»