Il presidente di Confesercenti Reggio Calabria interviene sul caso di piazza Garibaldi e punta l’attenzione sui commenti comparsi in rete: «Una società che giustifica la violenza in base a chi la subisce ha un problema molto più serio»
Tutti gli articoli di Società
PHOTO
REGGIO CALABRIA. UNA VEDUTA DI REGGIO CALABRIA DALL'ALTO.
Un video, pochi minuti di immagini e una sentenza già pronunciata sui social. Il caso dell’autista Atam ripreso durante una violenta lite con due giovani extracomunitari in piazza Garibaldi, ha acceso il dibattito, dividendo rapidamente l’opinione pubblica tra condanne, giustificazioni e prese di posizione sindacali.
Non sappiamo cosa sia accaduto prima dell’inizio della registrazione. Non conosciamo la causa dello scontro, le parole pronunciate o le eventuali provocazioni. Saranno gli accertamenti interni avviati dall’azienda e, se necessario, quelli delle autorità competenti a ricostruire l’intera vicenda e ad attribuire le responsabilità.
Ma ciò che compare nel filmato non può essere ignorato. Nelle immagini diffuse sui social si vede il dipendente colpire i due ragazzi. Uno di loro si trova a terra quando l’uomo tenta di sferrargli un calcio alla testa. Dopo essersi rialzato, il giovane viene raggiunto da uno schiaffo. I due non sembrano reagire con la stessa violenza, mentre un’altra persona interviene per fermare tutto e convincere l’autista a rientrare sul mezzo.
Ad aprire una riflessione che va oltre il singolo episodio è stato il presidente di Confesercenti Reggio Calabria, Claudio Aloisio, con un post pubblicato sul proprio profilo Facebook. Aloisio ha scelto di non rilanciare il filmato, evitando di contribuire alla sua ulteriore diffusione.
Il punto sollevato dal presidente di Confesercenti non riguarda soltanto il comportamento del lavoratore, sul quale sarebbe irresponsabile emettere un verdetto definitivo senza conoscere l’intera dinamica. Riguarda soprattutto quello che è accaduto dopo, sotto quelle immagini.
«Poche gliene ha date», «ha fatto bene», «dategli una medaglia», «queste risorse devono tornarsene a casa loro». Sono alcuni dei commenti richiamati da Aloisio. Parole scritte da persone che, esattamente come tutti gli altri, non sanno cosa sia successo prima. Eppure hanno già stabilito chi abbia ragione, chi abbia torto e, soprattutto, chi meriti di essere picchiato.
«Non servono i fatti. Basta riconoscere la categoria», osserva Aloisio. Ed è proprio questo l’aspetto più inquietante della vicenda. Un uomo può perdere il controllo, anche se questo non rende accettabile ciò che fa. Può avere vissuto un momento di tensione, essere stato provocato o avere reagito a circostanze che il video non mostra. Tutto dovrà essere verificato e il lavoratore dovrà avere la possibilità di fornire la propria versione. Ma l’applauso collettivo davanti a un calcio rivolto contro una persona a terra racconta qualcosa di diverso e forse di più profondo.
Racconta una società nella quale la violenza rischia di essere giudicata non per la sua gravità, ma per l’identità di chi la subisce. Se la vittima è straniera, per qualcuno il gesto diventa automaticamente comprensibile, meritato o persino esemplare. Il processo non si celebra sulla base delle condotte, ma dell’origine geografica.
«Un uomo può perdere il controllo per qualche minuto, può accadere anche se non è giustificabile, e se ha sbagliato ne risponderà – scrive ancora Aloisio –. Ma una società che giustifica la violenza non per quello che è successo, ma per chi la subisce, ha un problema molto più serio».
Sull’accaduto è intervenuta immediatamente Atam, prendendo le distanze dalle immagini e annunciando l’avvio delle procedure interne. L’azienda ha espresso una «ferma condanna per il comportamento mostrato», definendo quanto documentato nel filmato «intollerabile e incompatibile con i principi di correttezza, rispetto e responsabilità» richiesti a chi svolge un servizio pubblico.
Atam ha disposto gli accertamenti necessari e si è riservata di adottare i conseguenti provvedimenti qualora emergessero responsabilità a carico del dipendente, nel rispetto delle norme e delle procedure contrattuali. La società ha inoltre sottolineato che simili comportamenti individuali non rappresentano né l’azienda né le tante lavoratrici e i tanti lavoratori che ogni giorno svolgono il proprio compito con professionalità ed equilibrio.
Nel dibattito è intervenuta anche la Confsal-Snalv, che attraverso l’avvocato Francesco Nucara ha espresso vicinanza e solidarietà al lavoratore, chiedendo che non venga condannato pubblicamente prima del completo accertamento dei fatti. Il sindacato ha richiamato anche l’attenzione sulle condizioni nelle quali operano gli autisti, frequentemente esposti a insulti, minacce e aggressioni, proponendo la presenza di personale di supporto sui mezzi maggiormente a rischio, un rafforzamento della videosorveglianza e procedure più rapide di intervento.
È una questione reale e non deve essere minimizzata. Chi svolge un servizio pubblico essenziale ha diritto a lavorare in sicurezza e a non essere lasciato solo davanti a situazioni potenzialmente pericolose. Chiedere protezione per gli autisti, però, non significa trasformare qualsiasi reazione in un gesto legittimo. Così come condannare ciò che si vede nelle immagini non vuol dire ignorare le difficoltà quotidiane dei conducenti o stabilire in anticipo ogni responsabilità.
Le due esigenze possono e devono convivere: garantire al lavoratore il diritto di essere ascoltato e rifiutare l’idea che colpire una persona, per di più mentre si trova a terra, possa essere accolto con approvazione.
Le procedure interne seguiranno il proprio corso e stabiliranno quanto accaduto in piazza Garibaldi. Resta, intanto, un problema che nessuna indagine aziendale potrà risolvere: la facilità con cui una parte del pubblico ha trasformato quelle immagini in uno spettacolo da applaudire.
L’autista potrà spiegare le proprie ragioni e risponderà soltanto di ciò che verrà accertato. Ma i commenti rimangono lì e mostrano una frattura che riguarda tutti. Perché quando la violenza viene considerata giusta o sbagliata in base alla nazionalità della persona che la subisce, il problema non è più soltanto ciò che è accaduto davanti a un autobus. È ciò che sta accadendo alla comunità che guarda.

