Mentre il dibattito si concentra su opere e programmi, nelle aree collinari cresce un’emergenza ignorata tra sicurezza, igiene e responsabilità pubbliche
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C’è un tema che resta fuori dai radar della campagna elettorale reggina, nonostante attraversi ogni giorno la vita concreta di tanti cittadini. Dalle colline di Arghillà fino a Mosorrofa e Mortara, il randagismo continua a essere una presenza costante e spesso sottovalutata. Non è soltanto una questione di tutela animale, ma un problema che riguarda sicurezza urbana, decoro e capacità delle istituzioni di governare il territorio.
Il fenomeno, infatti, non può più essere considerato marginale. La normativa e la giurisprudenza individuano responsabilità precise in capo agli enti pubblici nella gestione e prevenzione del randagismo, collegando l’inerzia amministrativa anche ai danni che possono derivare dalla mancata cattura e custodia degli animali vaganti. In questo quadro, il ruolo del Comune resta centrale, sia sul piano amministrativo sia su quello della tutela della salute pubblica.
Eppure, soprattutto nelle periferie, la situazione racconta altro. Branchi non monitorati, segnalazioni frequenti, timori tra i residenti: una realtà che evidenzia più di ogni altra cosa l’assenza di una regia efficace. Il randagismo diventa così una cartina di tornasole delle difficoltà di controllo del territorio e della distanza tra istituzioni e cittadini.
A sostenere il peso di questa emergenza sono spesso associazioni e singoli volontari, che intervengono con mezzi propri per recuperare, curare e trovare una casa agli animali abbandonati. Un impegno prezioso, ma che non può sostituirsi stabilmente al ruolo pubblico. Il corto circuito istituzionale è evidente: sterilizzazioni insufficienti, carenza di strutture e personale, difficoltà nell’accoglienza dei cani e assenza di un coordinamento stabile tra Comune, Asp e mondo del volontariato.
Da qui la necessità di portare il tema dentro il confronto elettorale, come questione strutturale e non accessoria. Il primo nodo riguarda le strutture. Reggio Calabria sconta un vuoto infrastrutturale significativo: i pochi canili risultano spesso saturi e manca un rifugio sanitario comunale moderno, capace di garantire prima accoglienza e percorsi verso l’adozione. Servono spazi adeguati, non semplici luoghi di contenimento.
Il secondo punto è la prevenzione. Senza campagne di sterilizzazione diffuse, gratuite e programmate, il fenomeno continuerà a riprodursi senza controllo, soprattutto nelle aree periferiche e rurali. È necessario un protocollo operativo stabile tra Comune e Asp, con interventi mirati e continui.
Infine, la gestione. Il randagismo, se affrontato in modo inefficiente, rappresenta anche un costo elevato per le casse pubbliche. L’istituzione di un Ufficio Diritti Animali, capace di coordinare le attività e promuovere adozioni consapevoli, può trasformare un’emergenza in una politica strutturata e sostenibile.
La maturità di una città non si misura soltanto dalle grandi opere o dagli annunci elettorali. Si misura anche dalla capacità di prendersi cura delle periferie e delle fragilità. E tra queste, il randagismo resta oggi uno dei segnali più evidenti di una questione ancora irrisolta.

