Il consigliere regionale affida ai social una lunga lettera tra ricordi d’infanzia, luoghi del cuore e insegnamenti di vita: «Una casa non sono le sue mura, ma i ricordi che ci abbiamo costruito dentro»
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«Sono lì. Seduto sul balcone con la testa tra le mani perché l’Italia è uscita ai rigori contro l’Argentina.
Rientro, c’è il cavalluccio a dondolo di Fio, il “caballo”, con la b, è lì poco prima della cucina. Proprio quella con i pensili bordeaux e le mattonelle con disegni strani di frutti mai visti. C’è una torta imperfetta per i miei sette anni; pan di Spagna e crema cioccolato che esce da tutte le parti. Imperfetta per gli altri forse, per noi la più buona al mondo. È poggiata su un tavolo pesantissimo, di marmo, rotondo, senza capotavola.
Più in là, una piccola libreria, i libri sono troppo in ordine, è una collezione di classici che esce con la Repubblica. Quel giornale non manca mai, è sempre lì, sul mobile accanto al divano, insieme alle parole crociate e a quelle matite con le mine tipiche di chi conosce le geometrie.
Entro nella stanzetta, immagini sparse sulle pareti. Un paio di scarpe da tennis sporche di terra rossa, un gilet, una sedia di legno sulla spiaggia di Lazzaro.
Mi sento chiamare “Ehi, campione!” Mi volto.
Sono qui. Adesso.
Una casa non sono le sue mura, sono i ricordi che ci abbiamo costruito dentro e che oggi dicono ciò che siamo.
E tu hai costruito una casa fatta d’amore, e l’hai fatto con l’esempio e con la cura, con il coraggio e con la dedizione, con fermezza ma senza mai perdere la tenerezza.
Bussola e faro al tempo stesso, guida e approdo sicuro, ci hai insegnato che le tempeste non si evitano, si attraversano a testa alta.
I ricordi prendono forma e diventano presente e ci accompagnano quando la vita ci tocca la spalla e ci dice che è ora di andare avanti e continuare a navigare.
Sei stato una primavera di sorrisi, entusiasmo, emozioni, altruismo.
E godere della primavera significa, adesso, accettare e prepararsi all’inverno.
Sei stato presente e sei stato presenza.
E godere della presenza significa, prima o poi, accettare e affrontare l’assenza.
Sei stato e sarai sempre e soprattutto il nostro lato destro del letto.
Quello che non occupiamo mai.
Quello che lasciamo vuoto anche se siamo soli.
Perché soli, in fondo, non lo saremo mai.
Perché sappiamo che, quando ci volteremo, ti ritroveremo lì, dalla stessa parte.
Sempre e per sempre». Così in una nota social il consigliere regionale Giuseppe Falcomatà ricorda lo zio Tiberio.

