Il comprensorio ionico reggino condannato all’immobilità senza un’idea di futuro. Mentre i sindaci stanno a guardare
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Da una parte la soppressione del collegamento diretto Intercity tra la Locride e la Capitale; dall’altra la nuova mazzata sulla viabilità stradale, con la galleria della Limina destinata alla chiusura notturna per due mesi. Due notizie che da sole basterebbero a far scendere in piazza un’intera comunità e che invece, da queste parti, scivolano via nell’ormai consueto torpore istituzionale.
Partiamo dai binari. Il treno diretto per Roma si è rivelato niente più che un’illusione estiva. Una concessione a tempo determinato, come se il diritto alla mobilità per chi vive, lavora o si cura nella Locride valesse soltanto a luglio e agosto. Con i primi primi freddi e il rientro dei villeggianti, la carrozza si è ritrasformata in una zucca. Chi deve raggiungere la Capitale torna così al vecchio e logorante calvario verso Rosarno, fatto di coincidenze perse, cambi continui e orari impossibili.
Se sui binari si torna indietro, su gomma non va certo meglio. L’imminente stop notturno del tunnel della Limina sulla Jonio-Tirreno ripropone l’incubo del blocco totale tra la costa ionica e il versante tirrenico. Lavori e messe in sicurezza sono necessari e nessuno lo mette in dubbio; quello che sconforta è l’assenza di una pianificazione vera sui percorsi alternativi e sull'impatto economico per chi viaggia di notte per lavoro o urgenze sanitarie.
Ma il dato più avvilente di questo doppio corto circuito non risiede soltanto nelle decisioni dei Ministeri o dell’Anas, ma nell'assordante silenzio del territorio. L'Associazione dei Comuni della Locride, che in un contesto normale dovrebbe ergersi a bastione di difesa dei diritti fondamentali di 40 centri, somiglia sempre di più a una scatola vuota, un fantasma burocratico incapace di produrre un’azione politica unitaria e incisiva. Salvo rare uscite di singoli amministratori, la voce corale dei sindaci manca totalmente d’impatto. Non una mobilitazione congiunta, non una pressione costante sulle sedi regionali o romane, né la capacità di convocare un tavolo permanente di crisi. Così, mentre il resto del Paese discute di alta velocità e modernizzazione, la Locride viene progressivamente rassegnata all'isolamento. Restare sconnessi è diventata la tragica, inaccettabile normalità quotidiana di una terra che ha smesso persino di arrabbiarsi.

