Tra l'autocritica del tecnico e la mobilitazione della piazza, Reggio vive il suo momento più buio: annunciata dai tifosi la diserzione ai playoff e una marcia civile per "liberare" il club
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Non basta la vittoria contro il Sambiase per placare la tempesta. Il clima attorno alla Reggina è ormai giunto al punto di non ritorno. Se da un lato il campo consegna il successo al Savoia e condanna gli amaranto a un altro anno di dilettantismo, dall’altro la frattura tra la piazza e la proprietà guidata dal patron Ballarino si è trasformata in una voragine sempre più profonda.
Nel post-partita, mister Torrisi ha parlato con la consueta schiettezza, oscillando tra la difesa del percorso tecnico e un’onesta ammissione di colpa. «Penso si sia fatto un buon lavoro, ma non un lavoro eccezionale», ha ribadito il tecnico, sottolineando come la rincorsa degli ultimi mesi abbia riacceso una stagione che, a un certo punto, sembrava definitivamente compromessa. Un campionato perso, sì, ma «alla portata», con il riconoscimento sportivo agli avversari: «chi vince ha sempre ragione».
L’analisi di Torrisi si allarga però oltre il semplice risultato. Il tecnico evidenzia come, sulla carta, una piazza come Reggio Calabria non possa permettersi di competere: debba piuttosto dominare. «In Serie D la Reggina deve stravincere», un concetto che racchiude aspettative, storia e pressione. E proprio la pressione, lungi dall’essere un alibi, viene rivendicata come privilegio: un elemento che distingue chi può allenare in contesti così esigenti.
Nel racconto della stagione emerge anche il peso determinante della tifoseria. Torrisi attribuisce apertamente gran parte della rimonta al sostegno del pubblico: «l’80% dei successi è merito loro».
Dal punto di vista tecnico, il momento chiave resta il calo successivo alla vittoria contro la Nissa. «Abbiamo perso il nostro DNA», ammette l’allenatore. Una squadra convinta di poter vincere anche senza il massimo sforzo ha finito per pagare a caro prezzo, con il passaggio a vuoto di Lamezia diventato simbolo della frenata decisiva. Ancora una volta, Torrisi non si sottrae: «la responsabilità è mia», riconoscendo di non essere riuscito a riportare il gruppo ai livelli precedenti.
Non manca poi un passaggio significativo sul rapporto con la società. L’allenatore difende apertamente il patron Ballarino, parlando di fiducia, supporto e di una gestione che non interferisce sul piano tecnico. Un legame solido, che però si scontra frontalmente con la percezione esterna.
Ed è proprio fuori dal campo che si consuma la partita più delicata. La tifoseria organizzata ha rotto ogni indugio con un comunicato dai toni durissimi, definendo gli ultimi tre anni come «mortificazioni calcistiche» e chiedendo un cambio radicale. Non più semplice protesta, ma mobilitazione: l’invito è a isolare la proprietà, coinvolgendo istituzioni, imprenditori e l’intero tessuto cittadino.
Le iniziative annunciate segnano un salto di qualità nella contestazione. La diserzione dei playoff rappresenta una presa di posizione netta contro un traguardo ritenuto insufficiente, mentre la “Marcia Amaranto”, in programma domenica, porterà la protesta nel cuore della città, trasformandola in un evento civico prima ancora che sportivo.
A completare il quadro, arriva anche la riflessione del Club Manager Antonio Cormaci, che affida ai social e all’ambiente una lunga e intensa nota di fine stagione. Parole che si intrecciano inevitabilmente con il clima di contestazione e con il senso di fallimento sportivo maturato sul campo.
Cormaci parte proprio dall’ultima gara: «3 Maggio 2026. Reggina-Sambiase 4-2. Finisce così la nostra Regular Season. La Reggina non vince il Campionato di Serie D ed esce tra i fischi e la contestazione della nostra curva, dei nostri tifosi, quei tifosi che ci sono stati sempre accanto e che sono parte integrante di quella rimonta miracolosa che eravamo riusciti a fare dopo il disastro iniziale di questa stagione strana, partita malissimo con un susseguirsi di errori fuori e dentro il campo».
Poi il passaggio sul lavoro tecnico e su Torrisi: «Una stagione che con l’arrivo di Mister Torrisi ha cambiato volto, ma non è bastato, perché nel calcio contano i risultati, conta centrare gli obiettivi e noi purtroppo non ci siamo riusciti».
Cormaci allarga quindi lo sguardo al proprio ruolo: «Essere il Club Manager della Reggina Calcio credo sia il sogno di tantissimi ragazzi, uomini di sport, ex calciatori. È un privilegio poter rappresentare la squadra, essere al fianco dei calciatori come un punto di riferimento nelle loro esigenze quotidiane».
Ma soprattutto riflette sul valore sociale del calcio: «Mi ha fatto crescere tanto da un punto di vista umano e sociale, insegnandomi a gestire emozioni e momenti particolari. Il calcio è uno straordinario strumento di aggregazione e inclusione che unisce le persone attraverso la passione comune, favorendo integrazione, rispetto e relazioni umane, soprattutto in una città come Reggio Calabria che vive per la sua squadra».
Infine la sintesi più dura e personale: «Ognuno di noi dovrà farsi un mea culpa, perché il calcio è un gioco di squadra e quando non si raggiunge un obiettivo si è sbagliato qualcosa. Chiedere scusa è un segno di intelligenza emotiva e maturità, non di debolezza. Scusa Reggio Calabria, Scusa Reggina».
Un messaggio che chiude simbolicamente una stagione intera: tra rimpianti sportivi, fratture ambientali e un senso diffuso di occasione mancata.
In mezzo, una squadra che ha sfiorato un obiettivo ritenuto obbligatorio, ma che paga un finale di stagione segnato da errori e cali di tensione. E una società che, pur difesa internamente, appare sempre più isolata all’esterno.
A Reggio, oggi, non si discute solo di calcio. Si discute di identità, appartenenza e futuro. E la sensazione è che, per ricucire uno strappo così profondo, non basteranno né le vittorie né le parole. Serviranno scelte forti. E, soprattutto, condivise.

