Cinquemila euro di base d'asta. Centottantatremila euro l'offerta vincente. In mezzo, una sequenza di rilanci inattesa che ha trasformato una procedura fallimentare destinata a passare inosservata in uno dei casi più discussi dell'estate ligure, con un insospettabile calabrese al centro dei discorsi.

Accade nel tribunale di Savona, dove viene battuto all'asta il marchio dell'Us Albenga, società calcistica fondata nel 1911, passata negli anni anche dalla Serie C e precipitata recentemente nel dissesto economico, con circa 300mila euro di debiti e un'inchiesta della Procura savonese per bancarotta fraudolenta ancora aperta.

A prevalere non è un gruppo di tifosi, né un imprenditore del settore sportivo, né una cordata interessata a rilanciare il calcio cittadino. A spuntarla è Francesco Calabrese, 77 anni, imprenditore agricolo nato a Rosarno e proprietario di serre nella piana albenganese.

Un vincitore inatteso, almeno per chi assisteva all'asta.

«Sono ancora un po' confusionato», racconta subito dopo l'aggiudicazione ai cronisti del Secolo XIX. E alle domande sul futuro del club replica con una sincerità disarmante: «Per adesso nessuna cosa... non so cosa farne ancora. L'interessante è che mi danno il quadro da portare a casa».

Parole che contribuiscono ad alimentare le perplessità di chi si chiede cosa possa aver spinto un imprenditore ormai prossimo agli ottant'anni, senza alcun passato nel mondo del calcio, a investire una cifra pari a oltre trentasei volte la base d'asta per acquistare il simbolo di una società sportiva priva di titolo sportivo, gravata dai debiti e senza prospettive immediate di rilancio.

Chi è Francesco Calabrese

Il nome di Francesco Calabrese non è nuovo alle cronache locali. Nel 2003 Calabrese aveva investito in un ambulatorio sanitario privato, attività cessata nel 2020.  Negli anni scorsi era comparso nel progetto di realizzazione di un impianto crematorio nel Ponente ligure, iniziativa che aveva incontrato una forte opposizione da parte di residenti e comitati civici, fino al definitivo stop imposto dall'amministrazione comunale.

In quella circostanza alcuni attivisti denunciarono di avere ricevuto una telefonata attribuita allo stesso imprenditore, considerata intimidatoria e successivamente consegnata alle autorità. La vicenda non ha avuto sviluppi giudiziari né contestazioni penali nei confronti di Calabrese.

Più articolato è invece il contesto imprenditoriale nel quale maturò quel progetto. 

Tra i soci della società promotrice, racconta il Fatto Quotidiano, la Cremazioni Ponente Ligure srl, figurava infatti anche un imprenditore originario di Reggio Calabria il cui nome compare in alcune informative redatte dagli investigatori nell'ambito dell'operazione Alchemia, l'indagine che ha ricostruito la presenza delle cosche di 'ndrangheta nel Ponente ligure. Anche in questo caso, però, nessuna contestazione penale.

In ogni caso si tratta di elementi che non riguardano direttamente Francesco Calabrese, mai destinatario di contestazioni giudiziarie.

Il mistero resta il prezzo

Resta tuttavia irrisolta la domanda principale: perché spendere 183mila euro per un marchio sportivo fallito?

Nell'ambiente calcistico ligure qualcuno parla già dell'«affare più pazzo dell'estate». Altri invitano ad attendere, ipotizzando che dietro l'acquisto possa emergere un progetto sportivo ancora non dichiarato.

Per il momento, però, l'unica spiegazione disponibile è quella fornita dallo stesso acquirente. «Volevo solo che questa cosa andasse avanti», ha detto ai giornalisti.

Una motivazione che non sembra aver dissipato i dubbi di chi era presente in tribunale.

Perché in una procedura concorsuale nella quale il bene in vendita era stato stimato appena cinquemila euro, e nella quale erano presenti soggetti interessati a un possibile rilancio calcistico, nessuno immaginava che il marchio dell'Albenga potesse raggiungere una valutazione quasi quaranta volte superiore.

E ancora oggi, a distanza di giorni dall'asta, la domanda continua a circolare tra tifosi, amministratori locali e operatori del settore: se davvero non esiste alcun progetto sportivo, quale valore può avere un "quadro" pagato 183 mila euro?