L'avvocato Antonio Russo chiede di fare chiarezza sugli atti del 1991 e sull'intreccio tra due distinti procedimenti penali. Sotto la lente la polaroid che portò alla condanna
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Il difensore di Paolo Giorgi, l’avvocato Antonio Russo, ha depositato una nuova e articolata memoria difensiva chiedendo accertamenti mirati su quello che appare come un vero e proprio "giallo" documentale legato a un riconoscimento fotografico del 1991. Per comprendere la portata dell'atto bisogna fare un passo indietro all'autunno di quell'anno, quando nella Locride si incrociarono due fatti di sangue distinti: a ottobre una rapina a Bosco Sant’Ippolito conclusasi con l’uccisione del rapinatore Francesco Strangio, e a novembre l’omicidio di Giuseppe Aguì. Due vicende giudiziarie affidate a magistrati diversi (rispettivamente Gratteri e Muscolo) ma inevitabilmente destinate a sovrapporsi nell'attività investigativa delle forze dell'ordine.
Il nodo centrale sollevato dalla difesa riguarda le modalità con cui si giunse all'individuazione di Giorgi, condannato proprio a seguito di un verbale di riconoscimento. Secondo la ricostruzione del legale, le immagini utilizzate dai Carabinieri sollevano seri dubbi: gli inquirenti avrebbero affermato di aver impiegato una fotografia di tipo "Polaroid" recante il numero "2", mentre in altri verbali si fa riferimento a una foto contrassegnata dal numero "4", il cui esito risultava tra l'altro negativo.
Nella memoria depositata si chiede dunque alla Procura di acquisire i fascicoli fotografici originali impiegati durante i verbali del 30 novembre 1991, stilati a notte fonda a distanza di pochi minuti l'uno dall'altro, per verificare se vi sia stata una doppia numerazione, se tali immagini siano mai state formalmente scambiate e coordinate tra la Procura e i vari comandi della Polizia Giudiziaria (dal Commissariato di Bovalino alla caserma dei Carabinieri di San Luca), e soprattutto dove si trovi oggi l'originale di quella specifica fotografia. Un'istanza rigorosa che mira a fare luce su eventuali falle nella catena di custodia degli atti e sulla reale tracciabilità del materiale fotografico che ha segnato la sorte processuale dell'imputato. La parola passa ora ai magistrati della Procura di Locri.

