Dalla carenza di politiche giovanili alla difficoltà dei ragazzi di trovare punti di riferimento, il confronto sulla giustizia penale minorile accende i riflettori sulle responsabilità delle istituzioni e del mondo degli adulti, chiamati a intervenire sulle cause del disagio prima che sfoci in forme di devianza e criminalità
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I giovani sono il nostro futuro. Una frase che risuona spesso nei discorsi istituzionali, accompagnata da applausi e dichiarazioni d'intenti. Ma quanto di quelle promesse si traduce in interventi concreti? E soprattutto, cosa si fa per i ragazzi prima che il disagio diventi devianza? Sono gli interrogativi emersi a Reggio durante il convegno «La giustizia penale minorile tra educazione e repressione», promosso dagli Ordini dei Medici e degli Avvocati, che ha acceso i riflettori sulle responsabilità delle istituzioni e del mondo degli adulti.
A sollevare la questione è innanzitutto Roberto Di Palma, procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, che richiama la distanza tra le parole e gli investimenti destinati alle nuove generazioni. «Sentiamo ripetere in tutte le sedi che i giovani sono il nostro futuro, con grande enfasi e tanti applausi. Poi però, nel concreto, cosa c'è? Quali sono le politiche giovanili che lo Stato porta avanti?».
Una riflessione che il magistrato estende agli ultimi cinquant'anni, senza distinzioni politiche, soffermandosi anche sulle risorse e sugli strumenti assegnati agli uffici giudiziari minorili. La differenza numerica rispetto alla giustizia ordinaria è evidente, ma per Di Palma proprio la vulnerabilità della fascia minorile dovrebbe suggerire un'attenzione maggiore e un investimento più significativo nella prevenzione e nel recupero.
Il tema riguarda anche il significato della pena, che secondo l'articolo 27 della Costituzione deve tendere alla rieducazione, principio ancora più rilevante quando si tratta di minori. Ma è soprattutto ciò che precede il reato a richiedere attenzione. Il disagio giovanile rappresenta il primo gradino di una possibile escalation verso forme più gravi di devianza, ed è su quel terreno che, secondo Di Palma, la società dovrebbe concentrare maggiormente i propri sforzi. La prevenzione diventa dunque una responsabilità che precede l'intervento giudiziario.
A individuare una delle radici del problema è anche Pasquale Cananzi, avvocato esperto in diritto di famiglia, dei minori e della persona, che richiama la difficoltà delle nuove generazioni nel riconoscersi in modelli e riferimenti credibili. «I nostri ragazzi soffrono soprattutto un vuoto di identità sociale. Non riescono a identificarsi con strutture, modelli, sistemi di riferimento e noi adulti dobbiamo essere una comunità pensante capace di educare».
Una crisi che investe direttamente il mondo degli adulti, sempre meno capace, secondo Cananzi, di offrire esempi coerenti. «Spesso la noia da una parte o la rottura violenta dall'altra sono reazioni all'incapacità di leggere il mondo degli adulti». Da qui la necessità di ascoltare i giovani, creare opportunità e costruire risposte educative credibili, capaci di intercettare le difficoltà prima che si trasformino in comportamenti più gravi. Una considerazione che suggerisce di interrogarsi sulle condizioni nelle quali crescono i ragazzi, sulle opportunità di partecipazione e sulle risposte che ricevono quando manifestano difficoltà. Ascoltarli e creare nuove opportunità diventa così parte essenziale di un lavoro di prevenzione che richiede la partecipazione di più soggetti.
L'avvocato richiama anche l'esperienza reggina del protocollo «Liberi di scegliere», esempio di collaborazione tra magistratura e professionisti impegnati nella tutela dei minori. Un modello fondato sulla necessità di costruire interventi calibrati sulla persona, perché una pena che non viene compresa difficilmente può raggiungere il proprio obiettivo educativo.
Sul valore del dialogo tra professioni insiste anche Pasquale Veneziano, presidente dell'Ordine dei Medici di Reggio Calabria, che ricorda come l'iniziativa rientri in un percorso già avviato con l'Ordine degli Avvocati e altre categorie professionali. «Tante volte ci sono delle cose in comune e magari ognuno parla per la sua strada e queste cose non si risolvono», osserva Veneziano, richiamando anche le iniziative per semplificare le procedure medico-legali e affrontare problematiche condivise dal mondo sanitario e giudiziario. Un lavoro di collaborazione che si affianca all'impegno della Procura minorile reggina, presente anche nelle scuole e nelle iniziative dedicate ai giovani.
Resta però la domanda posta dal Procuratore Di Palma: quali opportunità concrete vengono offerte alle nuove generazioni? Perché il contrasto alla devianza comincia ben prima dell'ingresso di un ragazzo in tribunale, nelle scuole, nelle famiglie e nei luoghi in cui dovrebbe trovare ascolto e possibilità di crescita. E una società che continua a definire i giovani il proprio futuro deve dimostrare, prima di tutto, di essere disposta a investire nel loro presente.

