L’analisi del fenomeno mafioso contemporaneo non può prescindere dal riconoscimento di un legame inscindibile tra i territori d’origine e le aree di espansione economica, un vero e proprio filo rosso che unisce Reggio Calabria a Milano. Stefano Ammendola, attualmente in servizio presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Milano e presidente della commissione di studio dell’Associazione Nazionale Magistrati sulla criminalità organizzata, ai nostri microfoni evidenzia come questa scelta territoriale sia emblematica per affrontare una tematica che ormai rappresenta un fenomeno condiviso. La sua esperienza professionale, che lo ha visto impegnato prima a Messina e Reggio Calabria e successivamente in Lombardia, gli ha permesso di seguire direttamente la «linea di sangue» delle mafie, occupandosi in particolare del contesto territoriale di Buccinasco, significativamente definita la «Platì del Nord».

Questa prospettiva privilegiata affonda le radici in una sensibilità personale maturata come cittadino napoletano che ha subito direttamente l'influenza della camorra, permettendogli di percepire le dinamiche di controllo del territorio prima ancora di accertarle tecnicamente attraverso le indagini condotte. Secondo Ammendola, la ‘ndrangheta si distingue tra le varie organizzazioni criminali per la sua straordinaria capacità di espansione mondiale, tanto da richiedere un costante coordinamento presso Eurojust per contrastarne le infiltrazioni nei contesti europei e globali. In questa geografia del crimine, Reggio Calabria rimane la «stanza dei bottoni», una lente necessaria per comprendere dinamiche che si riverberano fino a Melbourne o in Canada, confermando la celebre massima di un collaboratore di giustizia secondo cui il mondo si divide tra la Calabria e ciò che lo diventerà.

Davanti a una minaccia così pervasiva, la risposta delle istituzioni deve basarsi sulla solidarietà e sulla rottura dell'isolamento dei singoli magistrati. Riprendendo l’insegnamento del procuratore Guido Lo Forte, Ammendola sottolinea l'importanza di un «esercito silenzioso» di magistrati che agisca come collettività: l’idea che le richieste di misura cautelare siano firmate collegialmente serve a dimostrare che, più si è numerosi, maggiore è la tutela rispetto alle organizzazioni criminali. Questo spirito di corpo è essenziale per far sì che le recenti minacce rivolte ai colleghi milanesi impegnati in processi complessi cadano nel vuoto; le mafie devono comprendere che, se anche venissero colpiti tre magistrati, ce ne sarebbero altri trecento pronti a proseguire le indagini.

Il contrasto alla ‘ndrangheta non richiede dunque eroi, bensì una squadra di studiosi e magistrati che, attraverso la passione e lo studio, sappiano creare una rete di prossimità con il cittadino. Tale rete deve permettere a chiunque subisca un’estorsione, sia esso a Palermo o a Reggio, di trovare un interlocutore capace di indirizzarlo prontamente verso gli uffici competenti. Questa vicinanza dello Stato rappresenta il miglior antidoto contro il capitale umano accumulato dalle mafie, le quali utilizzano l’estorsione non tanto per il provento economico in sé, quanto come strumento di intimidazione per assoggettare la vittima e l'intero contesto sociale circostante.