Intercettazioni e verbali dei pentiti sembrano andare nella stessa direzione: disegnano una ’ndrina, quella dei Molè, che, «subito dopo l’omicidio del capo, si stava riorganizzando
militarmente dotandosi di un arsenale
di armi al fine di tutelarsi e reagire più adeguatamente
rispetto a eventuali ed ulteriori “azioni” da parte della cosca
rivale dei Piromalli».

La guerra Molè-Piromalli

La guerra tra clan a Gioia Tauro fa da sfondo agli arresti e al sequestro di armi messo a segno dalla Guardia di finanza con il coordinamento della Dda di Reggio Calabria. E ricostruisce l’immagine di quella che agli inquirenti deve essere parsa una polveriera: basta vedere le immagini dei kalashnikov e delle pistole scambiate nelle chat criptate dagli indagati. Basta annotare un dettaglio: nella disponibilità degli indagati c’erano anche 600 grammi di tritolo proveniente
dall'ex Jugoslavia. Un contesto di tensioni mai realmente sopite dal 2008, anno dell’omicidio del boss Rocco Molè. Nei giorni scorsi è andata a fuoco l’auto di Antonino Molè, figlio di Domenico, esponente storico della cosca al momento detenuto. Il fatto non entra nell’inchiesta che ha portato agli arresti di oggi ma restituisce il contesto: il fuoco a Gioia Tauro cova sotto la cenere.

Salvatore Infantino e l’arsenale del clan Molè

Per riemergere – è l’ipotesi investigativa – i Molè avrebbero rimesso mano al proprio arsenale, affidandone la gestione a Salvatore Infantino, 39 anni, l’unico degli indagati a cui la Dda di Reggio Calabria contesta anche
l'aggravante dal metodo mafioso.

Di Infantino, detto "Testazza", parlano alcuni collaboratori di giustizia che lo
inquadrano vicino ad ambienti di 'ndrangheta. Per gli inquirenti, Infantino «era assolutamente funzionale al
rafforzamento militare e alla conservazione del potere politico
criminale della cosca Molé». È il «contesto geopolitico criminale» - così lo definiscono gli inquirenti – ad avvalorare l’ipotesi che Infantino detenesse le armi per «agevolare, conservare ed implementare la “forza militare” del Molè (e quindi conseguentemente il peso criminale dell’organizzazione nel suo complesso)» ma «per arginare/superare la fase di fibrillazione operativa in cui versava il clan Molè alla luce della gravissima frattura con il clan Piromalli».

Il pentito Domenico Ficarra racconta, in un interrogatorio del novembre 2025, che Infantino «era sempre lì, con i Molè, camminava con questa gente qua».

La tensione tra cosche a Gioia Tauro

C’è anche un’intercettazione agli atti dell’inchiesta Hybris nella quale Aurelio Messineo, considerato un fedelissimo del boss Giuseppe Piromalli “Facciazza”, e Rocco Delfino discutono dei nuovi equilibri criminali nella Piana di Gioia Tauro alla luce della scarcerazione dell’80enne Facciazza e si lasciano andare a considerazioni sul clan avversario.

Messineo, in particolare, cita l’allora presunto reggente della cosca rivale, Antonio Molè detto “Nino U Jancu”, «del quale critica l’irruenza», e il Delfino ribatte, «sottolineando come quest’ultimo stesse creando una sua “squadra”, potendo contare sulla completa messa a disposizione di taluni uomini, tra cui Salvatore Infantino, disposti ad ottemperare a qualsiasi ordine».

Una circostanza che, secondo gli inquirenti, sarebbe stata «notevole fonte di preoccupazione per i due interlocutori, che temevano una possibile azione ritorsiva nei confronti del boss “Facciazza” ad opera delle spregiudicate giovani leve della ‘ndrina rivale, con la quale, dopo l’omicidio di Rocco Molè, i rapporti non si erano più ricomposti».

«La silenziosa, ma perdurante tensione tra le due ‘ndrine gioiesi – per i magistrati antimafia – costituisce un’ulteriore indizio della riconducibilità delle armi alla cosca Molè».

La frizione tra le cosche «contraddistinta da episodi omicidiari posti in essere nei confronti di esponenti della cosca Molè induce concretamente a ritenere non soltanto la natura violenta/conflittuale dei rapporti» tra i due clan ma anche «la dotazione militare da parte della cosca Molè di un importante arsenale di armi pronto ad essere utilizzato per esprimere le proprie ritorsioni/vendette».

Il pentito Furfaro: «Le armi servono per la guerra con i Piromalli»

D’altra parte che vi sia una «effettiva dotazione di armi da parte del clan Molè è sugellato», per gli investigatori, «anche dalle risultanze dell’interrogatorio reso in data 18 marzo 2021 dal collaboratore di giustizia Arcangelo Furfaro che, in ragione proprio dell’investitura di Rocco Molè quale referente apicale dell’omonima cosca da parte del padre Girolamo detto “Mommo”», avrebbe affidato al reggente diverse armi, tra cui più fucili, in vista di un’eventuale «guerra con i Piromalli».

«Come ho in precedenza riferito – sono le parole del pentito riportate nell’ordinanza – avevo affidato a Molè la custodia di alcune armi (di cui all’inizio della mia collaborazione avevo detto: tra queste una micro-Uzi, una calibro 9 cz, due fucili lunghi cal. 12 ) perché era ritenuto un ragazzo molto serio ed affidabile. (…) Le armi che avevo fatto avere al giovane Molè dovevano servire in caso di guerra con i Piromalli. Progetto che prevedeva in primo luogo l’omicidio di Luca Piromalli». Nella Piana di Gioia Tauro la guerra è sempre dietro l’angolo.