Un confronto storico su ’ndrangheta, potere, politica e società, partendo da un romanzo per arrivare inevitabilmente a Reggio Calabria, alla sua storia e alle questioni con le quali ancora oggi è chiamata a fare i conti. Al Pepy’s Beach, sul lungomare Falcomatà, la presentazione de “I padroni della ’ndrangheta - Malacarne. Una saga criminale”, romanzo del giornalista Claudio Cordova pubblicato da Newton Compton, ha offerto l’occasione per un faccia a faccia tutt’altro che scontato con Paolo Romeo.

A moderare l’incontro Elisa Barresi, giornalista di LaC News24 e ilReggino.it, chiamata a guidare un confronto che, nonostante la distanza tra le posizioni e le storie dei due protagonisti, si è sviluppato sui temi culturali, politici e sociologici che attraversano il libro e, più in generale, la storia recente della città.

Da una parte Cordova, giornalista d’inchiesta, fondatore e direttore de Il Dispaccio, autore negli anni di inchieste e saggi sulla criminalità organizzata e sui rapporti con altri centri di potere. Dall’altra Paolo Romeo, avvocato, già consigliere e assessore comunale, consigliere regionale e deputato nella XI legislatura, protagonista di una lunga stagione politica reggina e calabrese e anche di vicende giudiziarie, tra cui il processo Gotha, nel quale è stato condannato in primo grado e assolto in appello nel maggio 2026.

Due percorsi e due punti di osservazione differenti che hanno trovato però un terreno comune nella necessità di tornare a discutere apertamente di Reggio e delle dinamiche che ne hanno condizionato lo sviluppo.

Cordova: «Questa città per troppo tempo non si è più parlata»

Il punto di partenza è stato naturalmente il romanzo. Il libro attraversa oltre mezzo secolo di storia criminale calabrese attraverso una narrazione nella quale elementi riconducibili alla realtà vengono rielaborati attraverso l’invenzione letteraria. Una scelta che per Cordova consente di raggiungere un pubblico diverso rispetto a quello tradizionalmente interessato alle inchieste giornalistiche. «Credo che sia qualcosa che manca in questa città, una narrazione nuova che vada oltre il giornalismo – ha spiegato Cordova, individuando poi una questione più ampia –. Questa città secondo me per troppo tempo non si è più parlata, soprattutto su temi importanti, scottanti, che poi vanno a incidere sulla vita di tutti».

Perché la ’ndrangheta, nella lettura del giornalista, non riguarda soltanto le vicende criminali raccontate nelle aule giudiziarie, ma «pesa sugli imprenditori, pesa sulla politica, pesa sui cittadini». E proprio un confronto che parta da una saga criminale, nella quale l’autore ha inserito anche invenzione e fantasia agganciandole a fatti reali, può rappresentare uno strumento utile «alla città in una fase di transizione come questa». La narrativa diventa così anche un modo per allargare il pubblico al quale parlare di ’ndrangheta. «I libri d’inchiesta, le inchieste giornalistiche vengono lette dagli addetti ai lavori e dagli appassionati», ha sottolineato Cordova. Una storia fatta anche di vite, oltre che di criminalità e affari, può invece avvicinare altre persone.

C’è poi il rapporto tra le diverse verità che attraversano vicende così complesse. Cordova rivendica un interesse particolare per la verità storica rispetto a quella strettamente giudiziaria, indicando proprio nella ricostruzione storica uno dei terreni sui quali Reggio deve ancora interrogarsi.

Romeo: «Un confronto civile tra opinioni diverse»

Di fronte a lui Paolo Romeo, che già prima dell'incontro ai nostri microfoni aveva escluso l’idea di trasformare il faccia a faccia in uno scontro. «Sono convinto che non sarà uno scontro. Sarà un confronto civile tra opinioni diverse e soprattutto il confronto è costruttivo ed autentico quando una parte rispetta il pensiero dell’altro». Una premessa che ha trovato riscontro durante il dibattito. Le letture sono rimaste differenti, a cominciare proprio dal rapporto tra il romanzo e la realtà. Se Cordova insiste sulla verità storica, Romeo individua nel libro un diverso tipo di verità, capace di distinguersi da quella storica, giudiziaria o investigativa e capace, quindi, proprio per questo di aprire un dibattito sugli aspetti sociologici e politici della criminalità organizzata.

Romeo definisce quello di Cordova «un romanzo a mosaico», che attraverso tre generazioni traccia la storia di un potere e offre l'occasione per interrogarsi su come quel sistema si sia rapportato, nell’arco di circa sessant’anni, con la società e con gli altri poteri presenti nel contesto reggino. È su questo terreno che il ragionamento si allarga. Il sistema criminale, secondo Romeo, deve essere letto all’interno della società nella quale opera e non come un elemento completamente isolato. Da qui anche la necessità di spostare l'attenzione sulle risposte da costruire. «Il problema probabilmente è quello di ricercare soluzioni più che proporre denunce. Il tempo delle denunce è passato», ha affermato, rivolgendo un appello agli intellettuali e alla «società viva» della comunità affinché si individuino possibili soluzioni per la città.

Dal sistema criminale alla crisi della città

Il confronto ha quindi progressivamente allargato il proprio raggio, arrivando alle condizioni economiche e sociali di Reggio, allo spopolamento e alla difficoltà di trattenere le nuove generazioni. Per Romeo occorre interrogarsi su quali interventi siano necessari per riequilibrare il tessuto sociale e anche sull’efficacia delle risposte messe in campo negli anni. Il libro, in questa prospettiva, diventa una «provocazione» che sfida la città a ritrovarsi e confrontarsi, andando oltre una lettura della criminalità organizzata come fenomeno separato dal resto della comunità.

Nel suo intervento l’avvocato ha richiamato anche il forte calo demografico registrato negli ultimi vent’anni e la partenza ogni anno di centinaia di giovani laureati, risorse formate sul territorio che Reggio non riesce a trattenere per la carenza di opportunità. Ed è proprio sulla necessità del confronto che, pur attraverso analisi differenti, le posizioni di Cordova e Romeo hanno trovato uno dei principali punti di contatto. Da una parte una città che, secondo Cordova, «per troppo tempo non si è più parlata», dall’altra l’esigenza, indicata da Romeo, che la stessa città torni a «ritrovarsi» e a discutere delle proprie criticità.

Il dibattito non è rimasto circoscritto ai due protagonisti, e si è protratto per quasi tre ore. Gli interventi del pubblico hanno accompagnato la parte conclusiva della serata, portando nel confronto ulteriori domande e punti di vista. Un incontro che ha letteralmente dato l’elettroshock ad una città che ha riempito in ogni angolo la location del confronto, una città che ha sempre più sete di momenti simili in cui discutere del proprio passato, presente e futuro. Su posizioni anche molto diverse è stato possibile costruire uno spazio comune di discussione, nel rispetto reciproco e senza che il dissenso diventasse delegittimazione. Il romanzo di Cordova ha fornito il punto di partenza per una Reggio che, almeno per una sera, è tornata a discutere pubblicamente anche delle questioni più scomode che la riguardano.