« Quello che davvero vorrei è essere liberato di dire chi sono e da dove vengo: il mio nome, la mia personalità, la spensieratezza . (...). I miei figli fingono che vada tutto bene, ma io so che vivono nell'ansia. Loro sono andati via dalla Calabria da piccoli, sono cresciuti, sono cambiati. Se li incontrassero oggi, difficilmente - per fortuna - verrebbero riconosciuti. Per loro il vero problema è un altro. È una cosa che non si può spiegare quella di crescere senza poter raccontare chi sei, da dove vieni, chi sono i tuoi genitori, chi è la tua famiglia. Ed è terribilmente difficile non poter parlare mai con nessuno di te stesso. Soprattutto da adolescente, quando credi nell'amicizia, ti fidi del tuo amico del cuore, gli metteresti in mano ogni tuo segreto e ogni pensiero più intimo. È la socialità, l'essenza di un essere umano, quella a cui la vita da pentito ti chiede di rinunciare ».

Da quindici anni in località protetta con i suoi tre figli, Giuseppina Pesce, la più importante collaboratrice di giustizia della 'ndrangheta , per la prima volta racconta cosa significa essere nata e cresciuta in una famiglia mafiosa in Calabria. Racconta cosa significa poi, per amore dei figli, capire dolorosamente quanto sia necessario essere diversa dai propri genitori, nonostante si continui ad amarli e se ne soffra il distacco e la lontananza . Un racconto intimo e sorprendente affidato alla penna del giornalista e scrittore Danilo Chirico , ospite negli studi del Reggino.it per un'intervista sul suo ultimo libro "La figlia del Clan. Un cognome da nascondere e un destino da riscrivere".

La storia di un percorso di riscatto doloroso e difficile, che mai può considerasi concluso e in cui persiste e resiste quel desiderio di normalità alla quale tende, ogni giorno, ogni singolo passo.

Un cammino coraggioso in cui sentirsi fragili è una costante che può prendere in ogni istante il sopravvento. Giuseppina Pesce, attraverso la sua testimonianza, ci aiuta a capire che protezione spesso diventa sinonimo di isolamento . Un isolamento che stride con il sacrosanto desiderio di vivere in mezzo agli altri e con gli altri essendo sè stessi .

Risuonano in modo particolare queste sue parole in queste settimane in cui non si placa, e non deve placarsi, quella «interminabile spirale di dolore» dal quale lo stesso Danilo Chirico si è sentito attraversato alla notizia della morte di Denise Cosco. Denise era la figlia della testimone di giustizia calabrese Lea Garofalo, uccisa nel 2009, che coraggiosamente aveva sfidato la Ndrangheta e si era ribellata a quel destino imposto per donare alla figlia una possibilità di libertà e felicità .

Risuonano come un monitorito, per chi deve proteggere e soprattutto per chi deve prevenire , quella tensione alla normalità che, restando racconto, spesso riduce lo spazio vitale, consumando le persone e annientando la speranza

Il sogno di libertà che Lea desiderava per Denise è lo stesso che continua a muovere i passi di Giuseppina Pesce, lontana da Rosarno e dalla sua famiglia, per amore dei suoi tre figli.

« ”La figlia del clan” racconta la storia di Giuseppina, pesce dall'infanzia fino alla vita di oggi, sotto copertura in località protetta con i suoi tre figli », spiega Danilo Chirico impegnato a presentare il libro in tutta Italia. Nella sua Reggio Calabria lo ha fatto nel giugno scorso, ospite del circolo culturale Guglielmo Calarco.
«Giuseppina Pesce è la più importante collaboratrice di giustizia della storia della 'ndrangheta. Era stata arrestata nel 2010 a Rosarno nell'ambito dell'operazione All inside. A stento riuscimmo a capire perché fosse stata coinvolta nell'operazione. Ma quello fu l'inizio di un percorso molto complicato e difficile anche controverso con degli stop and go che la portarono poi a decidere di collaborare con la giustizia. La sua fu una collaborazione importantissima. Le cose che lei ha raccontato sono state confermate dalle tre frasi in tutti i gradi di giudizio. Lei ha testimoniato contro i suoi familiari, contribuendo al loro arresto ».

Un'esperienza durissima per una figlia che non ha mai smesso di sentirsi legato alla sua famiglia , specie alla figura del padre, pur avendo maturato la salda consapevolezza di dover scegliere tra quella stessa famiglia ei suoi figli, tra il passato e il futuro, tra la 'ndrangheta e la libertà. Una libertà che, tuttavia, ogni giorno è difficile da conquistare .

« Prima di adesso Giuseppina non aveva mai raccontato la sua storia fuori dalle aule tribunale . Dopo il nostro incontro, abbiamo parlato per molti mesi prima di arrivare a questo racconto inedito che lei ha deciso di affidarmi e che offre la possibilità di capire come funziona una famiglia mafiosa, come si vive al suo interno. Questo mette racconto in luce la "normalità" della 'ndrangheta che è l'altro elemento essenziale di questa storia. Giovanni Falcone, metteva sempre in guardia: «Non bisogna commettere l'errore di considerare i mafiosi dei marziani perché la mafia, i mafiosi ci somigliano" », sottolinea Danilo Chirico.

«Oggi Giuseppina Pesce ha compiuto una scelta coraggiosissima nella consapevolezza che scegliendo un destino diverso per i suoi figli si è assicurata una condanna a morte . Perché questo pende sulla sua testa. Dalla 'ndrangheta si esce soltanto da morti.  Un d estino contro il quale lei sta combattendo, pagando il prezzo altissimo di non avere più nome né radici. Ha reciso i rapporti con il suo territorio di origine » .

« Ho iniziato a fare il giornalista a Reggio Calabria, con il Domani della Calabria . Mi sono occupato a lungo di criminalità organizzata, di cronaca nera e giudiziaria . Non avrei potuto imparare altrove quello che ho imparato qui . La ragione del mio impegno probabilmente sta proprio nel fatto di essere cresciuto ad Archi, durante la seconda guerra di mafia.
Nel 1991 ci fu a Reggio una grande manifestazione contro la mafia. Devo tantissimo ai miei genitori che scelse di sfilare quel giorno con decine di migliaia di reggini . Trasferitomi a Roma, ho sempre tenuto viva la mia attenzione sui fenomeni criminali .

Con l'associazione Da Sud, nata nel 2005, all'inizio pensava di dover dire ai romani: "Guardate che in Calabria, in Sicilia c'è un problema grande che riguarda anche voi. Dovete farvi carico anche voi di quello che succede in questo pezzo di territorio nazionale calabrese" .

Poi mi sono reso conto, proprio con gli occhi allenati di chi i fenomeni aveva imparato a riconoscerli,  che anche a Roma esisteva un grande problema di criminalità organizzata che, invece, nessuno riconos ceva», spiega ancora Danilo Chirico al quale si deve anche una importante opera di restituzione alla memoria collettiva attraverso il volume, scritto nel 2010 a quattro mani con Alessio Magro e vincitore nel del premio Indro Montanelli Giovani, "Dimenticati. Vittime della 'ndrangheta".

«Noi siamo cresciuti dentro un grande equivoco, quello che nella nostra terra nessuno mai si fosse ribellato alla 'ndrangheta, che nella nostra terra non ci fossero mai stati omicidi di persone innocenti . Sentivamo che ci mancava un pezzo di conoscenza, un pezzo di memoria e di identità. Io e Alessio Magro, quindi, abbiamo cominciato a studiare, ricostruendo centinaia di storie delle vittime innocenti, in larga parte ancora in attesa di giustizia e giustizia, a dare voce e verità consistenza anche storica a un pezzo di Calabria che si era sempre ribellata. Un pezzo di Calabria che – conclude Danilo Chirico -  a un certo punto, aveva  persino rischiato di vincerla quella battaglia contro la 'ndrangheta. E l'avrebbe vinta se avesse avuto il supporto che avrebbe dovuto avere da parte delle istituzioni».