È un epilogo che trafigge il cuore . Lascia senza respiro. Le parole si spezzano ei frammenti sprofondano. Si fa molta fatica a recuperarli ea ricomporli per dare una qualche forma allo sgomento, al dolore, a quel senso inesorabile di sconfitta che genera un improvviso e prepotente bisogno di chiedere perdono per non essere riusciti a proteggere e rispettare quel sacrificio.

Il senso di sconfitta è corale ed è il nostro, come se avessimo tradito anche noi Lea, come se a morire con Denise sia stata la speranza di ricominciare, di riscattarsi e riappropriarsi di un destino . Un destino che l'amore e il sacrificio di una madre avevano liberato. Quel senso di sconfitta ha una sola lettura: Lea con il suo amore per la figlia Denise aveva scritto una storia di speranza per tutti noi che adesso sembra andata distrutta.

Denise Cosco, la figlia della testimone di giustizia calabrese Lea Garofalo che coraggiosamente aveva sfidato la Ndrangheta e si era ribellata a quel destino imposto per donarle una possibilità di libertà e felicità, non c'è più.

Un tragico volo dal balcone della sua abitazione ad Ariccia , poco fuori Roma, dove viveva con il compagno e il figlio di quattro anni, è stato fatale. Denise è morta dopo quattro giorni per le gravi ferite riportate.  Forse un gesto volontario.  Forse. La procura di Velletri ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio contro ignoti. Un atto dovuto che non dovrà lasciare ombre su questa tragedia.


Denise


Rimasta sola nel 2009, quando la madre Lea fu fatta scomparire a Milano (solo anni dopo emerse la verità sulla sua uccisione atroce anche per mano dell'ex compagno e padre di Denise) , la giovane, che si era costituita parte civile nel processo, testimoniando anche contro suo padre , aveva vissuto sotto protezione fino al 2018. Nome diverso e una vita nuova in una località segreta e protetta. Un'esistenza da ricostruire faticosamente e senza l'adorata mamma che avrebbe difeso e protetto, come Lea aveva fatto per lei, anche al costo della sua vita.

Un legame che la violenza mafiosa ha ostacolato, frantumando qualcosa dentro Denise per sempre , gravandola del peso insostenibile di chi resta e di chi sopravvive . Il macigno di sapere che suo padre aveva ucciso sua madre, che prima di innamorarsi di lei, il suo ex fidanzato era stato complice di quell'atroce delitto . Qualcosa che nessuna falsa identità avrebbe potuto risanare . Fragilità rimasta lì, come il senso di quella perdita così assoluta e irreversibile, a segnare la sua vita che, con tutte le sue forze, sognava comunque di vivere .

Ma quell'isolamento e quel dolore profondo hanno sempre reso lontana quella sognata normalità ; hanno sempre reso  complesso il cammino verso quella libertà e quell'indipendenza che tanto aveva desiderato . In lei, dunque, hanno convissuto forza e fragilità. Lea aveva 35 anni quando fu uccisa. La stessa età di Denise “caduta” da quel balcone qualche settimana fa.
Un “volo” che ricorda quello della “picciridda” di Paolo Borsellino, la giovane Rita Atria , scomparsa una settimana dopo la strage di via D'Amelio, il 26 luglio 1992.

Sempre lucide e profonde le parole del presidente di Libera, don Luigi Ciotti: «È morta una giovane donna coraggiosa e sofferente . Il coraggio e la sofferenza hanno rappresentato i due estremi dentro ai quali si è mossa l'intera vita di Denise , i due piani della bilancia che a lungo ha provato, con tutte le sue forze, a tenere in equilibrio. Oggi però qualcosa, in quel fragilissimo equilibrio, si è spezzato per sempre. Qualcosa si è spezzato dentro la sua anima inquieta e sensibile. E qualcosa si sta spezzando anche dentro di noi.

Nel restare fedele al percorso di riscatto iniziato da Lea, la sua adorata mamma, Denise ha dovuto vivere per anni nascosta, senza però mai rassegnarsi davvero, perché il suo sogno era sentirsi finalmente libera e autonoma. Proprio come Lea, Denise aveva infatti una grande sete di vita, di libertà e di amore. Vogliamo adesso immaginarla riunita in un grande abbraccio con la sua mamma. Vorremmo dirle "Scusa! Perdonaci per non essere riusciti a tenerti qui con noi", ma anche "Grazie del tempo che abbiamo passato insieme". Non giudichiamo la sua storia, non innalziamola e non compatiamola. Lei non lo vorrebbe. Denise, resterai per sempre dentro al nostro cuore e al nostro impegno ».


Lea


Originaria di Pagliarelle, frazione di Petilia Policastro nella provincia calabrese di Crotone, Lea Garofalo, si era trasferita giovanissima, all'inizio degli anni Novanta, con il suo compagno o Carlo Cosco a Milano.

Non aveva dimenticato di avere assistito alla faida contro il clan dei Mirabelli, nel comune di origine, in cui avevano perso la vita per mano della ndrangheta il fratello Floreano, i cugini Mario, Francesco e Salvatore. Non aveva taciuto del traffico di droga e delle responsabilità dei parenti dell'ex compagno. Ricordava, sapeva e sceglieva di denunciare e riferendo tutto per salvare la sua Denise da quel destino.
Lea e Denise nel 2002 entrarono nel programma di protezione revocato nel 2006 a seguito dell'archiviazione dell'inchiesta seguita alle sue dichiarazioni di Lea. Il programma venne poi ripristinato fino alla rinuncia da parte di Lea nel 2009. Molteplici difficoltà anche economiche erano convinti Lea a provare a incontrare Carlo Cosco a Milano . Il solo scopo era di capire come poter andare avanti con Denise. Era poter vivere libera con Denise. Si fidò e lo pagò. Quella scelta fu fatale. In quell'incontro fissato con l'inganno, naufragò il sogno di ricominciare una nuova vita con la figlia Denise.
Nella notte tra il 24 ed il 25 novembre 2009, infatti, Lea scompare in corso Sempione a Milano . Solo nel 2013 le dichiarazioni dell'ex fidanzato di Denise, Carmine Venturino, svelarono cosa le fosse accaduto : Lea non era stata sciolta nell'acido, come a lungo era stato creduto, ma era stata strangolata ed il suo corpo brutalmente colpito e poi bruciato.

A compiere tali efferatezze l'ex compagno Carlo Cosco, il fratello Vito detto Sergio con i complici Massimo Sabatino e Rosario Curcio (tutti condannati all'ergastolo), e Carmine Venturino (per ridotta a 25 anni) . Il ritrovamento a San Fruttuoso in Monza Brianza dei suoi resti umani di Lea confermò la versione che valse a Venturino uno sconto di pena.

Nel 2013 potranno essere svolti i funerali a Milano. Per la prima volta s i sentì cadenza la voce di Denise che, rimanendo nascosta, aveva preso parte alla celebrazione : « Per me è un giorno molto difficile, ma la forza me l'hai data tu, cara mamma . Se è successo tutto questo è stato solo per il mio bene, e non smetterò mai di ringraziarti », aveva dichiarato. In questi giorni, la zia Marisa, sorella di Lea, ha pubblicato una foto di Denise, dandole quel volto che per motivi di sicurezza non era mai stato reso noto . «Hai scelto ancora una volta la tua mamma», ha scritto.

Lea, Denise e… noi


Quella di Lea e di Denise è una storia che dilata e tiene aperta una ferita. Essa apre un dibattito sulla disciplina dei programmi di protezione, sulla loro efficacia, sulla loro gestione.

La “giustizia mafiosa”, quella che non serve la legge ma che troppo spesso meno fallisce e poco sbaglia, è arrivata prima nel caso di Lea . Ad essere stata condannata non era stata solo una persona che aveva osato infrangere l'omertà, tradire la famiglia e scegliere la verità. Era anche una donna che non aveva ubbidito, una moglie che aveva sottratto la figlia al padre. Un femminicidio aggravato dalla cappa mafiosa.

Una giustizia, quella che serve la legge, non sufficiente invece per Denise e che deve interrogarci profondamente.

Da qualche mese è divenuto legge il progetto Liberi di Scegliere mettendo a sistema un patrimonio di esperienze prezioso derivante da dieci anni di protocolli e che ha introdotto misure di protezione personali e anche sociali ed economiche per minori e per le madri che chiedono aiuto per “salvare” i loro figli da un destino criminale.

La senatrice Enza Rando, responsabile della legalità, trasparenza e della lotta alle mafie del Pd, avvocata di Lea e Denise, ne è stata la prima firmataria . Un nuovo strumento di antimafia educativa che contribuirà sempre più a rafforzare quella giustizia, che poi è la vita delle persone che nelle mani di questa giustizia si pongono e che ancora non riusciamo pienamente e tutelare e preservare.

Era apparso già ineluttabile il destino di una madre che aveva maturato la difficile scelta di rompere gli argini, di ribellarsi. Come una mina vagante è colei che pone un necessario disordine dove regna un ordine capovolto, da altri stabilito . Se, infatti, è una donna a volere scrivere il proprio destino, madre di figli e figlie per i quali si trova la forza di scardinare per ricostruire e ricominciare per poi essere vulnerabili e soggette a pressioni, allora questa scelta è ancora più difficile e ha troppo spesso l'esito di una condanna a morte.

Resisteva una speranza di una nuova vita per Denise. Dono luminoso ed eredità che Lea aveva lasciato a noi tutti. Oggi Denise non c'è più. La voragine si allarga.

Si amplifica la consapevolezza di occorrere fare di più e meglio, che occorre agire prima. Si moltiplicano le domande. Scavano ancora e più a fondo. Resistono, insistono, risuonano nella storia di riscatto mancato o ancora mai iniziata di tante altre donne con le loro figlie e per i loro figli: quante volte occorre ribellarsi alla ndrangheta per riuscire a liberarsi ea liberare? Quante volte si deve morire, prima di rinascere? Adesso il coraggio che serve è quello di capire come fare meglio e di più per ricostruire la Speranza, nel nome di Lea e Denise, per tutte le donne che ne hanno bisogno già adesso. Per tutte le donne che nel silenzio e nella paura cercano di fidarsi o aspettano di poter tornare a farlo di nuovo.