La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di immobili, quote societarie, aziende e disponibilità finanziarie riconducibili a un imprenditore ritenuto socialmente pericoloso e legato agli interessi della cosca Tegano.
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I giudici della Suprema Corte hanno rigettato i ricorsi presentati dall'uomo e dai suoi figli, confermando integralmente le decisioni assunte nei precedenti gradi di giudizio nell'ambito di un procedimento di prevenzione patrimoniale.
Al centro della vicenda vi sono le attività economiche sviluppate nel settore del gioco e delle scommesse clandestine, considerate dagli inquirenti strettamente connesse agli interessi del clan reggino.
Uno dei principali punti sollevati dalla difesa riguardava la competenza territoriale del procedimento. Secondo i legali, la posizione dell'imprenditore avrebbe dovuto essere valutata altrove, considerando la sua residenza in Austria e l'assenza di un radicamento stabile in Calabria. La Cassazione ha però respinto questa tesi, ricordando che nei procedimenti di prevenzione la competenza si individua nel luogo in cui si manifesta concretamente la pericolosità sociale del soggetto.
Per i giudici, il collegamento con Reggio Calabria emergeva proprio dai rapporti contestati con la cosca Tegano e dalle attività economiche riconducibili al circuito delle scommesse clandestine.
La Suprema Corte ha inoltre dichiarato inammissibili le contestazioni sulla valutazione della pericolosità sociale dell'imputato, evidenziando come il giudizio di legittimità non possa trasformarsi in una nuova valutazione delle prove già esaminate dai giudici di merito.
Nelle motivazioni viene ritenuta corretta la ricostruzione effettuata dalla Corte d'Appello, che avrebbe delineato il ruolo dell'imprenditore come figura dotata di specifiche competenze tecniche ma inserita in un sistema funzionale agli interessi dell'organizzazione criminale. La sentenza parla di uno «strumento asservito, pur in una posizione di rilievo, ai più ampi disegni del clan guidato dai Tegano», evidenziando una condizione di «simbiosi con la cosca» sotto il profilo organizzativo, logistico e finanziario.
Secondo quanto ricostruito dai giudici, l'uomo avrebbe contribuito al reperimento di gestori coinvolti nel sistema illecito, alla movimentazione del denaro proveniente dalle giocate e alla predisposizione di meccanismi finanziari destinati anche al riciclaggio delle somme di origine criminale.
Respinte anche le contestazioni relative alla provenienza dei patrimoni accumulati e alla presunta liceità dei redditi maturati all'estero. La Cassazione ha condiviso la conclusione secondo cui una parte rilevante delle disponibilità economiche sarebbe derivata proprio dall'attività illecita nel settore delle scommesse clandestine. Nelle motivazioni viene richiamato il principio secondo cui risultano «avvelenati i frutti dell'albero contaminato alla radice», con riferimento ai profitti successivamente reinvestiti.
Diversa, invece, la posizione dell'ex moglie dell'imprenditore. La Suprema Corte ha ritenuto che la Corte d'Appello non avesse adeguatamente valutato la documentazione prodotta a sostegno di una propria e autonoma capacità reddituale. Per questo motivo il decreto è stato annullato limitatamente alla sua posizione, con rinvio ai giudici di Reggio Calabria per un nuovo esame. Per tutto il resto, la misura patrimoniale è stata confermata integralmente.

