Pollice della mano piegato, quattro dita in alto e poi chiuse a pugno: un gesto lentamente ripetuto e che vale come urgente richiesta d’aiuto. Può essere scambiato per un “ciao”, ma non lo è. È l’ultima speranza per chi non sa come fuggire da una situazione di violenza o abusi che, l’epidemia in corso, ha aggravato.

Ordinare la pizza al 112, oppure chiedere la mascherina 112 in farmacia erano altri segni convenzionali, ai quali i periodi di reclusione avevano costretto.

Un segnale di speranza

Il segnale convenzionale “Signal for Help” è partito dall’associazione Canadian Women’s Foundation che lo ha lanciato nell’aprile 2020 in piena pandemia e che sta diventando piano piano popolare in tutto il mondo, approdando anche nel nostro Paese, rilanciato da Gengle di Giuditta Pasotto che a sua volta ha realizzato un video per spiegare di cosa si tratta sui social.

Come chiarisce Paola Carbone, consigliera di parità della città metropolitana di Reggio Calabria: «Durante la pandemia, con le persone chiuse in casa, sono aumentate le forme di violenza, non solo sulle donne ma anche endofamiliari, all’interno delle case di cura.

Si è chiesto di dare diffusione a questo segno convenzionale e ci stiamo muovendo in questo senso. Si tratta di un segno che si può fare senza che l’aguzzino o l’aggressore se ne accorga. Manca in Italia un protocollo ad hoc. Noi diciamo a chi si accorge di questi segni di chiamare subito il 112, non intervenire immediatamente o personalmente. Chiamando il 112 si avvisa del segnale e poi provvede l’autorità, per non esporre nessuno a pericoli.

Vorremmo coinvolgere anche le forze dell’ordine affinchè vengano a conoscenza di questo segnale che ormai è diventato internazionale, muovendosi velocemente in tutti i Paesi. Comunicherò al questore e il comandante provinciale di carabinieri e della guardia di finanza che c’è questo segnale convenzionale e che si stanno invitando le persone ad utilizzarlo, in modo che lo sappiano».