«Sono andato via a diciotto anni. Ho studiato tra Londra e Roma e ho iniziato da lavorare a Roma, dove ho anche iniziato a insegnare. Ma vedere ragazzi studiare con tanto entusiasmo e voglia di imparare qui a Reggio rende quello attuale per me un momento molto bello.

Il regista Fabio Mollo, ospite dell’intervista sul Truck LaC, dopo aver vissuto tanti anni fuori, l'anno scorso ha iniziato la sua esperienza presso l'Accademia di Belle arti di Reggio, città dove è nato e cresciuto e dove adesso torna per insegnare Cinematografia, Regia e Documentaristica. «Quello in Accademia si sta rivelando un viaggio bellissimo. Ho trovato un ambiente davvero molto stimolante e creativo. Adesso finendo il mio primo anno di insegnamento – racconta il regista Fabio Mollo – e con grande orgoglio devo dire che c'è una generazione di studenti davvero bellissima nei quali mi rivedo specie in questo frangente in cui loro, concludendo il primo triennio, hanno girato il loro Corto di diploma. Siamo, dunque, stati sul set assieme ed è stato bello vederli sul set. Alle prese con la loro prima produzione ma anche superprofessionali con le attrezzature messe a disposizione dall'Accademia, loro si sono emozionati, e io mi sono emozionato con loro.

Le studentesse e gli studenti sono i veri protagonisti, posti al centro di quello che è l'atto creativo. Io sono accanto a loro. Ci sono per consigli e indicazioni ma lascio loro la titolarità delle scelte di ciò che vogliono fare e dire, delle storie che vogliono raccontare.

L'insegnamento per me è un'esperienza arricchente. Dallo scambio con gli studenti, io imparo tanto. Gli studenti sono per me, è uno stimolo continuo e anche uno sguardo sempre nuovo sul mondo e sul mondo del cinema.

Essere tornato a Reggio per me ha un significato particolare non solo perché rispondo a un richiamo delle origini ma anche perchè sento di poter aiutare, di poter contribuire a quello che le nuove generazioni oggi possono fare a Reggio ciò che fino a qualche anno fa era impensabile, ossia studiare cinema.

Ammiro molto il loro coraggio e anche la loro determinazione. Hanno molta voglia di imparare. Molti viaggiano, prendono il pullman per frequentare le lezioni. Metà degli studenti sono calabresi e l'altra metà siciliani, quindi in realtà l'Accademia di Reggio funziona veramente proprio come ponte tra le due sponde».

In tredici anni di cinema, sono stati tanti i generi sperimentati da Fabio Mollo che così con noi ripercorre la sua carriera.

«Quando ho girato il mio primo film "Il Sud è niente" era il 2013 e non avevo praticamente mezzi. Mi ricordo che chiamai il mio compagno Daniele per dirgli che, dopo quella esperienza mai avrei fatto il regista. Fu davvero un trauma. "Il padre d'Italia" invece è stato un'emozione liberatoria in un certo senso, perché ho raccontato una storia per me molto autobiografica.

Ho messo a nudo il mio desiderio più grande, quello di essere padre. Poi arrivano "Anni da cane" e "My Soul Summer" con l'emozione di raccontare l'essere outsider, avere un sogno e provare a realizzarlo, nonostante tutto. "Nata per te" è stato forse il film che mi ha segnato di più dal punto di vista umano. Raccontare la storia di Luca trapanese e l'adozione di Alba, una storia di amore e anche di diritti mi ha reso una persone diversa».

Nei suoi film Fabio Mollo ha sempre trattato con grande sensibilità il tema della genitorialità, dell'omosessualità, e con "Nata per Te" anche della disabilità, raccontando anche qualcosa di sè.

«Per me non si tratta di una rivendicazione dell'identità sessuale in sé ma di rimuovere ostacoli che ancora troppo spesso impediscono alle persone diverse, ritenute outsider e ai margini, di splendere della loro luce. Dunque, sì, vorrei raccontare di quegli angoli oscuri dove la loro luce trova ostacoli e rimuoverli».

E poi si sono le serie, per Fabio Mollo banco di stimolanti sperimentazioni

La serie horror per Netflix "Curon" e ancora quella crime "Masantonio" per Canale cinque e di recente la serie thriller horror Hype, esperienze per me nuove e stimolanti. Quando mi hanno proposto di dirigere "Hype", la storia di tre adolescenti dalla periferia di Milano appassionati di Rap mi sono chiesto se fossi la persona giusta per quell'incarico. In realtà quella sfida è stata molto stimolante. La televisione permette alla mia curiosità di investigare mondi nuovi e anche al mio amore per le storie di essere nutrito, giocando anche con i generi.

Adesso è in uscita il mio primo period drama. Sarà la mia prima prima serata su Rai Uno con un lavoro ambientato negli anni Venti e che racconterà l'impresa Fiumana. Di più adesso non posso dire».