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Il crepuscolo addosso alla roccia di Pentedattilo, il respiro del mare alle spalle e le sedie piene. L’incontro del Rotary Club Melito di Porto Salvo – Area Grecanica Capo Sud e Fidapa ha riportato nel borgo una parola chiarissima: radici. Antonino Pansera apre con il saluto in greco, poi fa scorrere il filo della serata. Applausi e un messaggio che rompe il ghiaccio: «Valorizzare l’arte bizantina significa custodire memoria e futuro. Icône, simboli, spiritualità hanno segnato la nostra terra e continuano a educare, unire, creare dialogo».
Dal Distretto arriva il delegato del governatore Dino De Marco. L’inquadratura è netta: cultura come motore sociale. «I bizantini hanno lasciato tracce profonde in lingua, rito, identità. Questa iniziativa costruisce ponti nel Mediterraneo e parla di pace».
Luciano Lucania, presidente della Commissione Rotary Foundation, sposta il baricentro sul come. «Tutela del patrimonio culturale e sostegno alle fasce fragili possono camminare insieme. Dobbiamo strutturare linee d’azione dedicate, locali e globali».
Il sindaco Tito Nastasi guarda la rupe e chiama il borgo per nome. Pentedattilo come progetto, rigenerazione come promessa. «Qui c’è storia e bellezza. Serve continuità, fruizione, cura. Il Rotary ci aiuta a tenere acceso questo luogo». Dalla Fidapa, Dominella Marra sigilla la sinergia: «La bellezza di questo territorio è una dote salvifica. Va narrata, esaltata, sostenuta».
La serata entra nel vivo. Giovanna Mastrotisi porta in piazza il lavoro dei FR.A.C.H., l’alleanza tra Rotariani e patrimonio culturale. È il racconto di un metodo che include chi resta spesso ai margini. «A Norcia abbiamo ricomposto frammenti di affreschi coinvolgendo ragazzi autistici su software dedicati. Catalogazione, immagini, pazienza: da pezzi sparsi nasce una memoria che riprende forma». Un’idea semplice e potente: restauro come cura condivisa, patrimonio materiale e immateriale presidiato dalla comunità.
La moderazione di Giuseppina Malara apre la scena a un ospite inatteso per latitudine e intensità: l’iconografo José Luis García Cortés, ventisette anni, L’Avana negli occhi e un pennello che non trema. «Abbiamo costruito un ponte tra Cuba e Calabria» dice, e dona al Club un’icona realizzata per l’occasione. La pietra posata lì, tra il pubblico, diventa tavola di lavoro: il colore si stende, l’oro si accende, la ruota del Rotary entra nel disegno. È il gesto che trasforma il convegno in atelier a cielo aperto.
Sul palco sale Nino Spirlì. La voce abita il silenzio e lo dilata. «Un’icona non si dipinge, si scrive. È pari a una pagina di Vangelo». Il passaggio che fa rumore è la differenza tra statue e icone: «Davanti alla statua parliamo noi. Davanti all’icona tacciamo e ascoltiamo». Spirlì richiama la centralità mariana come cuore della nostra tradizione: «La religione che viviamo ha un centro femminile. Maria è creatura, sposa, madre, discepola. È la tenerezza che ci attira nei luoghi dell’anima». Poi la confessione più intima, colta dalla platea in un respiro unico: «Ho un convivente che impone orari: cancro al pancreas. Mi sono sentito più vivo. Vado a nutrirlo, torneremo a parlarci». Applauso lungo, di quelli che abbracciano.
La pedagogista Beatrice Mafrici rilancia dal fronte della scuola. «Educare significa trarre fuori. I linguaggi extraverbali aprono strade che i test standard non vedono». La proposta è concreta: riportare bambini e ragazzi dentro i luoghi, dall’Area Grecanica ai Bronzi. «La meraviglia è sotto casa. Pentedattilo, Gallicianò, Bova: l’arte accade quando si tocca con mano». Il filo rosso che la lega a José e a Spirlì passa da una Madonna dipinta tra la spiaggia di Condofuri e L’Avana: un dialogo mariano che si fa metodo educativo.
Con Antonino Federico il Mediterraneo entra in cronaca. «L’arte viene dal mare». La Calabria bizantina come enciclopedia condivisa, il porto dove approdano icone, monaci basiliani, mercanti, parole. «Da Paolo di Tarso al trauma del 1453, ogni frattura ha spinto qui uomini e segni. La prospettiva delle icone è inversa: la Vergine avanza incontro al fedele. È un gesto teologico e umano». Il richiamo finale è ai giovani: missionari di identità prima che turisti nella storia degli altri.
Chiude la prima parte la storica dell’arte Anna Ermidio. La mappa è ampia e precisa: Ravenna, Santa Sofia, le grotte locresi, l’Aspromonte dei basiliani. Poi l’analisi dell’icona Hodegitria di José, foglia d’oro e tavola, azzurro e rosso che dialogano, aureole come luce. «L’osservatore entra nell’immagine: la prospettiva rovesciata accoglie il pellegrino. L’arte bizantina non si spiega, si contempla». L’invito è alla chiesa dei Santi Pietro e Paolo, dove le stampe dell’artista cubano attendono sguardi e domande.
Tra una frase e l’altra, la pietra sulla quale José sta dipingendo si fa icona vivente. È il simbolo più pulito della serata: tradizione che respira, comunità che si riconosce, territorio che si mette in cammino. Pentedattilo, ancora una volta, mostra che l’identità non è museo immobile. È voce che corre tra i vicoli, è oro che affiora, è un ponte acceso tra sponde lontane. E quando la luce cala, resta la certezza pronunciata all’inizio: «Custodire la bellezza significa custodire il futuro».

