Lo spopolamento non è soltanto un numero nei registri demografici. È anche una presenza che si svuota lentamente. Una città che conserva nomi nelle anagrafi, ma perde energie nelle strade, nelle imprese, nelle scuole, nei consumi e nella vita quotidiana
Tutti gli articoli di Economia e lavoro
PHOTO
«Come sempre accade dopo la proclamazione di un sindaco, si inizia a parlare dei primi cento giorni della nuova amministrazione. È una tradizione che accompagna quasi ogni nuova esperienza di governo, locale o nazionale. Non perché in cento giorni si possano risolvere criticità maturate nell’arco di decenni, ma perché quel periodo, oltre al suo evidente valore simbolico, rappresenta spesso il primo momento in cui si comincia a comprendere quale idea di città si abbia in mente.
A mio parere, però, la questione centrale non è tanto cosa verrà fatto nei prossimi cento giorni, quanto quali problemi si deciderà di mettere al centro dell’azione amministrativa. Perché dal modo in cui si individuano le priorità dipendono poi le scelte, il metodo e anche l’utilizzo delle risorse disponibili.
Se dovessi individuare un indicatore capace di raccontare meglio di altri lo stato di salute del nostro territorio, probabilmente non partirei né dai bilanci pubblici né dal numero delle opere realizzate. Guarderei invece alla popolazione.
Negli ultimi dieci anni la Città Metropolitana di Reggio Calabria è passata da 557.993 residenti al 31 dicembre 2014 a 512.956 residenti al 31 dicembre 2024. In un solo decennio abbiamo perso 45.037 abitanti. Per avere un’idea concreta della dimensione del fenomeno, è come se dal nostro territorio fosse scomparsa, in dieci anni, una città più grande di Alghero. È un dato che dovrebbe far riflettere più di quanto faccia normalmente. Non soltanto per la sua dimensione, ma per ciò che rappresenta.
E probabilmente racconta persino meno della realtà. Perché il dato consolidato si ferma al 2024, mentre le rilevazioni successive indicano che la tendenza non si è fermata. Al 1° gennaio 2026 la popolazione della Città Metropolitana risulta già scesa a 510.590 residenti. Questo significa che il saldo negativo rispetto al 2014 ha ormai superato le 47 mila persone, senza considerare che il 2026 in corso non è ancora fotografato da un dato annuale consolidato.
A questo si aggiunge un altro elemento: accanto a chi ha formalmente spostato la propria residenza c’è anche una parte di persone che risulta ancora residente nel nostro territorio, ma che di fatto vive, studia o lavora altrove. È una componente difficile da quantificare con precisione, ma che conosciamo tutti. Figli, amici, professionisti, giovani che tornano durante le festività o nei mesi estivi, mantenendo qui un legame affettivo e spesso anche anagrafico, ma costruendo altrove la propria vita quotidiana.
Questo significa che lo spopolamento non è soltanto un numero nei registri demografici. È anche una presenza che si svuota lentamente. Una città che conserva nomi nelle anagrafi, ma perde energie nelle strade, nelle imprese, nelle scuole, nei consumi e nella vita quotidiana.
Quando un territorio perde così tante persone perde anche consumi, competenze, capacità progettuale e, in una certa misura, fiducia nel futuro.
Dentro questo svuotamento lento ci sono molti dei problemi di cui discutiamo ogni giorno. Non soltanto la mancanza di lavoro in senso stretto, perché in diversi settori le imprese faticano persino a trovare personale, ma la difficoltà di costruire percorsi professionali capaci di migliorare davvero la qualità della vita, valorizzare le competenze e offrire possibilità concrete di crescita. Ci sono i servizi che non funzionano come dovrebbero, la difficoltà di attrarre investimenti, le opportunità che non sempre riusciamo a trasformare in sviluppo stabile.
Eppure sarebbe sbagliato fermarsi a questa fotografia, perché racconta soltanto una parte della realtà».

