La nomina di Giovanna Francesca Russo a Coordinatrice nazionale del forum dei Garanti regionali segna un passaggio significativo nel sistema delle garanzie per le persone private della libertà. Avvocato, Garante regionale della Calabria, Russo porta al livello nazionale un metodo basato su ascolto, misurazione e responsabilità istituzionale. In questa intervista affronta i nodi centrali del sistema penitenziario: il rapporto tra diritti e sicurezza, la sanità, la riorganizzazione e il valore delle buone pratiche come leva di cambiamento.

Avvocato, Lei è anche Coordinatrice nazionale del forum dei Garanti regionali: cosa cambia, concretamente, con questo ruolo?

«Il Garante è un presidio di legalità e umanità: vigila sul rispetto dei diritti fondamentali delle persone private della libertà personale, visita gli istituti, raccoglie segnalazioni, dialoga con amministrazioni e sanità, propone soluzioni operative e segnala criticità alle autorità competenti. Il lavoro quotidiano è fatto di ascolto, verifiche, mediazione istituzionale e soprattutto di metodo: trasformare problemi complessi in interventi concreti, misurabili e compatibili con la sicurezza.

Con il ruolo e la fiducia accordatami dai colleghi delle altre regioni cambia la scala e la responsabilità. Coordinare significa armonizzare buone prassi tra Regioni, costruire standard minimi comuni, rafforzare il dialogo con il Garante nazionale, il DAP, il Ministero della Giustizia e le Regioni sulla sanità penitenziaria. In pratica: far sì che i diritti non dipendano dal CAP o dalla geografia. E che ciò che funziona in un territorio diventi modello replicabile altrove.»

Quando si parla di carcere, spesso si contrappongono diritti e sicurezza. È davvero così?

«No: è un falso dilemma. Il rispetto dei diritti è un moltiplicatore di sicurezza. Un carcere con cure adeguate, attività trattamentali, personale supportato e percorsi di reinserimento riduce tensioni, violenze, autolesionismi e recidiva. La sicurezza non è solo mura e cancelli: è anche clima, regole chiare, dignità e responsabilità. È protezione anche dagli abusi criminali e dalla sopraffazione verso il detenuto più fragile.»

Qual è oggi la priorità numero uno nelle carceri calabresi?

«Due priorità, strettamente connesse: salute e riorganizzazione. La salute, perché senza una sanità penitenziaria realmente integrata nel SSR i diritti restano teorici, e non possiamo e non vogliamo permettercelo. Il Presidente e Commissario ad Acta Roberto Occhiuto ha più volte ribadito che una sanità efficiente è garanzia di legalità nei nostri territori, carcere incluso.

La riorganizzazione è necessaria perché un sistema sotto pressione, o che non abbia scelto per tempo, produce ritardi e incidenti: in Calabria il tempo è spesso vantaggio per la criminalità organizzata, che sul carcere ha troppi interessi. Abbiamo eccellenze e criticità: il punto è trasformare le prime in rete e le seconde in piani correttivi, con tempi e responsabilità definite.»

Un tema delicatissimo: la sanità. Cosa serve davvero?

«Serve un approccio integrato, non emergenziale: valutazione del rischio, presa in carico sanitaria e psicologica, continuità terapeutica, formazione del personale, potenziamento della salute mentale, protocolli chiari per i momenti di crisi. E serve una cosa che spesso manca: la tempestività. Ogni ora conta.

Stiamo lavorando da mesi a documenti tecnici su salute, formazione e lavoro, legalità e reinserimento: un metodo per riorganizzazione, implementazione delle risorse e cultura della prevenzione. Insisto su telemedicina, PDTA prioritari e una governance chiara. Dove la rete funziona si riducono traduzioni e piantonamenti, con benefici per sicurezza, costi e riduzione dei rischi per tutti.»

Lei parla spesso di “standard minimi”. Cosa significa in parole semplici?

«Significa che alcuni livelli essenziali non possono dipendere dalle contingenze: tempi massimi per visite urgenti e differibili, accesso alle terapie, gestione delle cronicità, tutela della salute mentale, presa in carico delle dipendenze, continuità assistenziale in ingresso e in dimissione.

Gli standard minimi non sono burocrazia, ma un indice di dignità verificabile. La qualità si misura con indicatori semplici e trasparenti: tempi di accesso alle cure, traduzioni evitabili grazie alla telemedicina, episodi critici, continuità terapeutica, ore di attività trattamentali, reinserimento. Senza misurazione restiamo nell’astratto; con la misurazione si governa. È qui che l’efficientamento del sistema diventa centrale per la garanzia dei diritti civili».

In Calabria si può parlare anche di buone pratiche?

«Sì, e va detto con onestà. Ci sono professionalità eccellenti nelle Direzioni, nella polizia penitenziaria, nella sanità e nel terzo settore; istituti dove il dialogo istituzionale funziona ai massimi livelli e dove l’innovazione, anche digitale, ha prodotto risultati importanti. Il mio compito è valorizzare ciò che va e non minimizzare ciò che non va. Non cerchiamo colpevoli, non è il nostro ruolo; lavoriamo sulle disfunzioni. Sono fiduciosa perché le risposte su idee che valgono davvero arrivano».

Qual è il messaggio ai cittadini che pensano: “chi è in carcere non merita nulla”?

“Che lo Stato è più forte quando non perde la misura del proprio potere: rigore e rispetto delle leggi. La pena è privazione della libertà, non della dignità. Il carcere riguarda tutti: se si esce peggio di come si entra, cresce la recidiva e peggiora la sicurezza collettiva. Non è buonismo: è realismo democratico».

C’è un progetto “bandiera” che sente suo, come Garante e Coordinatrice nazionale?

«Rendere strutturale una rete nazionale di buone pratiche, armonizzare leggi e regolamenti, rafforzare i rapporti con gli organi di governo e la credibilità di proposte sempre più tecniche e condivise. Dobbiamo costruire continuità e responsabilità: i ruoli passano, la credibilità delle istituzioni resta. E poi i grandi obiettivi: donne private della libertà, giovani autori di reato, lavoro e sanità penitenziaria».