C’è una Calabria che viene esibita nei palazzi europei come vetrina di inclusione e buona amministrazione. Ed esiste, purtroppo, una Calabria reale che resta inchiodata alla ghettizzazione dei lavoratori migranti, all’emergenza abitativa cronica e all’incapacità – o alla mancanza di volontà politica – di trasformare risorse pubbliche in diritti esigibili.

La mostra “Voices from Migrations”, ospitata al Parlamento europeo e promossa dall’europarlamentare di Forza Italia Giusi Princi, celebra il cosiddetto «modello Rosarno» come esempio virtuoso di integrazione. Un racconto suggestivo, fatto di parole come dignità, coesione sociale e responsabilità. Un racconto che, però, non regge alla prova dei fatti.

Operatori sociali, associazioni e realtà che lavorano quotidianamente nella Piana di Gioia Tauro raccontano tutt’altro. Rosarno, San Ferdinando e gran parte del territorio circostante continuano a essere segnati da ghettizzazione e campizzazione dei lavoratori stranieri: condizioni che separano invece di integrare, che marginalizzano invece di includere.

Altro che modello. Qui l’accoglienza resta emergenziale, segregante, spesso disumanizzante. Una gestione che produce esclusione strutturale e che oggi viene ripulita e rivenduta in sede europea come eccellenza amministrativa.

Siamo di fronte a una vera e propria mistificazione narrativa: si racconta un’efficienza che non esiste, si costruisce una rappresentazione autocelebrativa funzionale al governo regionale e a chi, a vario titolo, ne sostiene la linea.

Colpisce, in questo quadro, la sudditanza istituzionale di alcuni sindaci, che hanno rinunciato al proprio ruolo critico per partecipare alle passerelle e legittimare una narrazione falsa. Un silenzio che diventa corresponsabilità politica e morale nel sostenere una modalità di accoglienza che continua a separare ed escludere.

A smentire definitivamente il «modello Rosarno» non sono le opposizioni né il mondo dell’associazionismo, ma i documenti ufficiali del Governo. La Relazione sullo stato di attuazione del PNRR, aggiornata al 31 dicembre 2025 e trasmessa al Parlamento, certifica un quasi totale fallimento del programma per il superamento dei ghetti agricoli: su 200 milioni di euro stanziati, ne verranno spesi appena 24,8 milioni; solo 11 Comuni su 37 avranno accesso ai fondi; restano esclusi proprio i grandi insediamenti calabresi, tra cui Rosarno, San Ferdinando e Taurianova.

Le baraccopoli simbolo dell’indegnità istituzionale restano fuori dai finanziamenti, mentre le responsabilità vengono scaricate sui Comuni, omettendo i ritardi ministeriali e regionali che hanno paralizzato i progetti e reso impossibile rispettare le scadenze europee.

In questo scenario emerge un dato politicamente decisivo: il Comune di Corigliano-Rossano è tra gli enti che hanno visto confermati i finanziamenti, per oltre 2 milioni e 600 mila euro. Non una concessione, ma un riconoscimento di efficienza gestionale, capacità progettuale e rispetto delle procedure. La prova concreta che, anche in Calabria, quando l’amministrazione funziona le risorse arrivano e restano.

Questo dato smonta definitivamente l’alibi secondo cui «qui non si può fare». Si può fare. Dipende da come si governa.

Corigliano-Rossano non è oggetto di mostre celebrative, ma produce risultati verificabili. Non costruisce storytelling, ma atti amministrativi. È questo il vero modello, perché fondato su fatti e non su slogan.

Il fallimento dei progetti nella Piana di Gioia Tauro non è una fatalità. È il risultato di scelte politiche regionali deboli o subalterne, incapaci di coordinare, accompagnare e pretendere qualità amministrativa dagli enti coinvolti. La Regione Calabria, invece di esercitare un ruolo di regia, ha preferito la narrazione all’intervento strutturale, la vetrina al lavoro, complesso ma necessario, della programmazione.

Il corto circuito è evidente: si parla di dignità mentre si certifica il fallimento delle politiche pubbliche; si celebra l’inclusione mentre i lavoratori continuano a vivere nelle baraccopoli.

«Come ex assessora alle Politiche sociali e come coordinatrice di Europa Verde Calabria ho toccato con mano quanto sia difficile lavorare su tematiche così complesse» afferma Alessia Albore­si. «Parliamo di fenomeni che non possono essere affrontati con logiche emergenziali o con operazioni di facciata. Servono interventi strutturali, continui, capaci di uscire dalla gestione straordinaria per costruire politiche ordinarie di accoglienza, lavoro e abitare. Solo così è possibile dare al fenomeno migratorio una lettura nuova e realistica, che restituisca dignità alle persone e credibilità alle istituzioni».

Basta storytelling. Servono atti e responsabilità. La Calabria non ha bisogno di slogan o racconti consolatori, ma di politiche pubbliche serie, trasparenti e misurabili. Finché i ghetti resteranno in piedi e i fondi europei torneranno indietro, ogni narrazione sull’inclusione resterà un esercizio di malafede politica. Il vero discrimine non è tra territori «buoni» e «cattivi», ma tra chi governa con competenza e chi governa con propaganda.