Il vicesindaco e assessore comunale alla Cultura di Caulonia: «Non mi riferisco all’azione di questa o di quella amministrazione, ma alla condizione del paese, alle questioni strutturali che si sono accumulate nel corso di decenni e che nessuna stagione amministrativa, da sola, ha potuto risolvere fino in fondo»
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«Ci sono sedute del Consiglio comunale che passano senza lasciare traccia, e altre che, al di là dei punti all’ordine del giorno, rivelano lo stato reale della politica di un paese. Quella di ieri sera – dichiara in una nota stampa Giovanni Maiolo, vicesindaco e assessore comunale alla Cultura di Caulonia – appartiene alla seconda categoria. E proprio per questo merita una riflessione che non si fermi alla cronaca, ma provi a interrogarsi su cosa serva davvero a Caulonia in questa fase.
Parto da una convinzione: Caulonia ha bisogno di una svolta profonda. Non mi riferisco all’azione di questa o di quella amministrazione, ma alla condizione del paese, alle questioni strutturali che si sono accumulate nel corso di decenni e che nessuna stagione amministrativa, da sola, ha potuto risolvere fino in fondo. Il bilancio e la sua tenuta, la carenza di personale che mette sotto pressione la macchina comunale, la gestione di un territorio fragile e dissestato, le opere pubbliche strategiche da cui dipende il futuro del paese, la cultura come infrastruttura civile, le politiche sociali come fondamento della coesione della comunità. Sono problemi che vengono da lontano e che richiedono risposte di lungo periodo, non interventi episodici. Per questo la svolta di cui parlo non è un giudizio sul passato, ma un’esigenza per il futuro, è la necessità di affrontare questi nodi con una visione e una determinazione all’altezza della loro complessità. Sono nodi che nessuno può pensare di sciogliere da solo.
Per affrontarli servono energie, impegno, competenza. E serve unità. Non l’unità di facciata, quella che si proclama nei momenti solenni e si dimentica il giorno dopo, ma un’unità reale di intelligenze, di idee, di forze. In politologia si parla di capacità di governo come della possibilità concreta di trasformare un indirizzo politico in decisioni efficaci. Ebbene, questa capacità non nasce dalla somma di individualità, ma dalla qualità della cooperazione tra di esse.
Quello che invece ho visto troppo spesso, e anche ieri sera, è altro. È la personalizzazione esasperata della politica, che riduce ogni confronto a una questione di ego. È la tendenza a spostare il dibattito dal piano delle proposte a quello del risentimento, evocando presunti attacchi personali, costruiti ad arte per mascherare l’incapacità di elaborare un pensiero politico. Quando manca una visione, si ripiega sul vittimismo. È un meccanismo antico, ma non per questo meno dannoso.
C’è poi un problema che riguarda direttamente il funzionamento della maggioranza che amministra il paese. La scienza politica descrive con precisione il ruolo dei cosiddetti attori di veto, ossia soggetti che, pur senza avere la forza di proporre, hanno quella di bloccare. Più numerosi e rigidi sono i veti all’interno di una coalizione, più il sistema si paralizza e la capacità decisionale si riduce.
A Caulonia questi veti operano su due fronti. Il primo è verso l’esterno: c’è chi si oppone a qualsiasi apertura alla minoranza e alla comunità, come se il perimetro della maggioranza fosse un recinto da difendere e non uno spazio da allargare, preferendo l’autosufficienza di un gruppo ristretto alla ricerca di un consenso più ampio attorno a un progetto per il paese. Il secondo, ancora più grave, è all’interno della stessa maggioranza: c’è chi arriva a considerare incompatibili altri componenti della coalizione con cui pure condivide la responsabilità di governo, trasformando divergenze politiche in esclusioni personali. È una logica che mina alla radice la coesione di un’amministrazione e che, ancora una volta, non nasce da un’idea di paese, ma dalla difesa di una rendita di posizione, mettendo sempre al centro se stessi anziché la comunità. Chi pone veti dentro la propria maggioranza difficilmente potrà essere credibile quando si tratterà di costruire alleanze più ampie.
Credo che questa stagione debba finire. I veti devono cadere. Non possiamo permetterci logiche di fazione né, peggio ancora, logiche feudali, in cui interi settori dell’azione amministrativa vengono vissuti come possedimenti personali. Un’amministrazione è un organismo collegiale, non un insieme di signorie.
La strada che propongo è opposta alla chiusura, e guarda già oltre questa consiliatura. Le prossime elezioni comunali non possono essere l’ennesima resa dei conti tra schieramenti contrapposti, né la riproposizione di vecchi equilibri logorati. Devono essere l’occasione per costruire un progetto nuovo, capace di andare oltre i confini dell’attuale maggioranza e dell’attuale minoranza. Per questo credo che serva il coraggio di aprirsi. Sia nella maggioranza che nella minoranza esistono forze che condividono la preoccupazione per il futuro del paese e la volontà di contribuire a costruirlo. Devono parlarsi. E parlare alla comunità, alle sue associazioni, alle sue competenze, alle energie che finora sono rimaste ai margini della vita pubblica. Non si tratta di cancellare le differenze, che sono il sale della democrazia, ma di riconoscere che sulle grandi questioni, dal bilancio al territorio, dal personale alle opere strategiche, la divisione è un lusso che Caulonia non può più permettersi. Non a caso, nelle fasi di crisi, le democrazie più solide hanno fatto ricorso a coalizioni ampie e a politiche consensuali. È esattamente la fase che stiamo vivendo. Una politica inclusiva, che cerchi il dialogo tra le forze politiche e con i cittadini e che costruisca insieme a loro il programma e la proposta per il governo del paese, non è un segno di debolezza, ma di maturità democratica. Il capitale sociale di un paese, la sua rete di competenze, esperienze e relazioni, è la risorsa più preziosa che abbiamo, e sprecarla in nome di piccole gelosie sarebbe imperdonabile.
Max Weber parlava dell’etica della responsabilità come della qualità essenziale di chi fa politica, la capacità di rispondere delle conseguenze delle proprie azioni, e non solo delle proprie intenzioni o, peggio, delle proprie suscettibilità. È a questa etica che dobbiamo richiamarci. Perché il tempo che viviamo è troppo drammatico per concederci divisioni e litigi da asilo. I cittadini di Caulonia non ci chiedono di avere ragione l’uno contro l’altro, ci chiedono di risolvere i problemi.
E allora serve una visione. Una Caulonia fondata sul sogno e non sulla mediocrità, capace di immaginare il proprio futuro e allo stesso tempo di costruirlo con atti concreti, facendo perno sulla capacità di agire. Il sogno senza l’azione è retorica, l’azione senza il sogno è pura gestione dell’esistente. Abbiamo bisogno di entrambi. È arrivato il momento di superare le bassezze e di alzare lo sguardo», conclude Giovanni Maiolo, vicesindaco e assessore comunale alla Cultura di Caulonia.

