La nuova stretta annunciata da Giorgia Meloni sulla presenza degli studenti stranieri nelle classi rischia di aprire, nei piccoli Comuni della Calabria, una questione che va oltre il dibattito sull'integrazione. Perché nei borghi alle prese con lo spopolamento può accadere l'esatto contrario di quello che la nuova norma intende affrontare: non sono troppi gli studenti per una classe, ma troppo pochi i bambini per riuscire a tenere aperta una scuola.

La presidente del Consiglio ha annunciato dal palco di Fenix, la festa di Gioventù nazionale, un provvedimento che dovrebbe arrivare prossimamente in Consiglio dei ministri e che introdurrà «per legge il numero massimo di studenti stranieri per classe». Nel pacchetto, ha spiegato Meloni, ci saranno anche l'obbligo per i genitori di studenti stranieri con gravi problemi di inserimento scolastico di imparare l'italiano e il divieto di burqa e niqab a scuola.

«Non esiste, non esiste, che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza. Non si può fare», ha detto la premier.

Il punto, però, è che la norma annunciata non ha ancora una soglia numerica resa pubblica. E quindi oggi non è possibile stabilire quali classi o quali scuole sarebbero concretamente interessate. È invece possibile guardare a ciò che accade già in alcuni territori calabresi e capire perché l'applicazione rigida di un tetto potrebbe creare problemi completamente diversi da quelli che si presentano nelle grandi città.

Il caso San Basile: la scuola ha riaperto anche grazie ai bambini del Sai

Il caso più attuale arriva dal Pollino ed è quello di San Basile.

Qui la scuola elementare rischiava concretamente la chiusura per la carenza di iscrizioni. Il 15 settembre, però, la prima campanella è suonata regolarmente anche grazie all'inserimento dei figli delle famiglie accolte nel progetto Sai, il Sistema di accoglienza e integrazione presente sul territorio. L'arrivo dei nuovi alunni ha consentito di garantire la continuità didattica. 

La responsabile del progetto Sai e consigliera comunale con delega alla Scuola, Caterina Pugliese, ha invitato a non leggere la vicenda soltanto in termini numerici.

«Non voglio che questa vicenda venga ridotta a una semplice questione di numeri per raggiungere la quota minima di apertura», ha dichiarato. «Quei bambini oggi sono compagni di banco, amici e parte della quotidianità del paese».

E ancora: «Quando chiude una scuola non si perdono solo aule, ma un pezzo di futuro; per questo serve il coraggio di sperimentare nuove forme di inclusione».

È un caso particolarmente significativo perché non racconta una situazione ipotetica. A San Basile, nel settembre 2026, la presenza dei figli delle famiglie accolte ha contribuito concretamente alla riapertura della scuola elementare.

Non significa, naturalmente, che ogni scuola calabrese con una presenza significativa di studenti stranieri sarebbe destinata a chiudere in caso di applicazione del nuovo tetto. Significa però che nei piccoli centri anche pochi alunni possono diventare decisivi per raggiungere i numeri necessari alla formazione di una classe.

Acquaformosa: 43 studenti, 16 con cittadinanza non italiana

Un altro esempio arriva da Acquaformosa, piccolo comune arbëreshë del Pollino, da anni impegnato nell'accoglienza attraverso l'associazione Matrangolo.

I numeri fotografano bene la particolarità della situazione: 43 studenti complessivi e 16 con cittadinanza non italiana. Alla primaria sono 27 gli alunni, di cui 8 stranieri; alle medie sono 16 e la metà ha cittadinanza non italiana.

Il dato più interessante non è soltanto la percentuale. È il rapporto tra scuola e demografia.

L'esperienza di accoglienza ha contribuito a contrastare lo spopolamento del paese: su circa 930 residenti registrati all'anagrafe, 106 sono cittadini stranieri. L'articolo sottolinea inoltre che le scuole restano aperte anche grazie al lavoro svolto dall'associazione, che in quindici anni ha accolto circa 4.100 persone provenienti da quattro continenti e 60 Paesi.

Non è forse corretto trasformare questo dato nella certezza che «senza gli stranieri la scuola di Acquaformosa chiuderebbe». Il quadro, però, è inequivocabile: in una realtà composta da appena 43 bambini e ragazzi, 16 studenti con cittadinanza non italiana rappresentano una componente numericamente rilevante della popolazione scolastica.

Ed è proprio questo il punto che il dibattito nazionale rischia di perdere quando la questione viene affrontata soltanto attraverso la percentuale di studenti stranieri presenti nelle classi.

Riace: il precedente è ancora più esplicito

A Riace esiste invece una testimonianza diretta, raccolta da Euronews nel 2015.

All'epoca la scuola del borgo contava appena 11 alunni, sei dei quali stranieri. Maria Grazia Mittica, insegnante, lo spiegava senza mezzi termini: «Senza i bambini stranieri, questa scuola sarebbe rimasta chiusa».

La stessa docente aggiungeva che l'elenco degli alunni doveva essere continuamente aggiornato perché, proprio a causa della mobilità delle famiglie straniere, «ci sono bambini che vanno e vengono».

La storia di Riace è diventata negli anni successivi ancora più emblematica. L'allontanamento delle famiglie migranti dai progetti di accoglienza determinò, qualche anno fa, per mancanza di iscritti, la chiusura della scuola del borgo, mentre i bambini rimasti furono costretti a raggiungere in autobus la frazione marina. Erano proprio i bambini migranti a garantire il numero minimo necessario per mantenere almeno il sistema delle pluriclassi.

È probabilmente la testimonianza più vicina alla domanda che oggi pone il nuovo provvedimento del governo: che cosa accade in un paese quando una parte degli alunni che consente alla scuola di raggiungere i numeri minimi viene spostata altrove?

Non solo Riace: a Cerzeto il sindaco parlava di «innesto numerico»

C'è anche un'altra testimonianza calabrese che merita di essere ricordata. In un approfondimento pubblicato da LaC News24 nel 2024, il sindaco di Cerzeto, Giuseppe Rizzo, parlando dell'esperienza di accoglienza nel piccolo centro del Cosentino, dichiarava: «Naturalmente senza i bambini stranieri sarebbe impossibile tenere aperte le scuole».

Rizzo parlava di un «innesto numerico» che aveva consentito di mantenere il servizio scolastico, affiancandolo però a quello culturale e sociale. «Cerzeto è diventato un paese multiculturale», spiegava il sindaco.

Parole che rendono esplicito ciò che nei piccoli Comuni spesso rimane sotto traccia: la presenza di nuove famiglie non rappresenta soltanto una questione di accoglienza, ma può incidere direttamente sulla sopravvivenza dei servizi locali.

La Calabria ha già messo nero su bianco il problema dello spopolamento scolastico

Il problema della sopravvivenza delle scuole nei piccoli Comuni non nasce con l'annuncio di Meloni.

Il 10 aprile 2026 la consigliera regionale Filomena Greco ha presentato al Consiglio regionale della Calabria la mozione n. 35, intitolata «Iniziative urgenti e straordinarie per impedire la chiusura dei plessi scolastici nei piccoli Comuni della Calabria».

Il documento mette nero su bianco la questione.

La mozione sostiene che nei piccoli Comuni calabresi sia in corso un processo di chiusura delle scuole legato anche all'applicazione dei parametri minimi per la formazione delle classi. E sottolinea che nei Comuni sotto i 3mila abitanti la scuola rappresenta spesso «l'ultimo servizio pubblico rimasto».

Il documento parla inoltre degli effetti dello spopolamento sulle aree interne e chiede alla Giunta regionale di intervenire, tra l'altro, per ottenere una revisione dei parametri e utilizzare in maniera più estesa gli strumenti derogatori previsti per i territori più fragili.

Dunque, il problema dei numeri delle classi e quello dello spopolamento sono già presenti nel dibattito istituzionale calabrese. La novità è che ora il tema si incrocia con una norma nazionale che potrebbe imporre un ulteriore criterio nella composizione delle classi.

Il problema tecnico sollevato dai presidi

La difficoltà non riguarda soltanto i piccoli Comuni calabresi.

Antonello Giannelli, presidente dell'Associazione nazionale presidi, ha definito la questione «fondata e condivisibile» sul piano didattico, ma ha sottolineato la difficoltà di trasformarla in una regola concretamente applicabile.

«La scuola deve prendere le iscrizioni dei ragazzi del quartiere, soprattutto per le scuole di infanzia e per la primaria. Se in quella zona è maggioritaria la presenza di stranieri, che facciamo? Li mandiamo via?», ha osservato.

Il presidente dell'ANP ha ricordato inoltre che il limite del 30% già previsto da una circolare non ha trovato applicazione proprio per le difficoltà pratiche. «In ogni caso una circolare non è una legge», ha precisato.

Anche il ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara aveva affrontato il tema pochi giorni fa, sostenendo che il limite del 30% dovrebbe diventare legge e che gli studenti dovrebbero essere distribuiti tra sezioni o scuole vicine, evitando però trasferimenti troppo lontani.

Ed è proprio la parola «vicine» a diventare decisiva quando si passa dalle grandi aree urbane ai borghi dell'entroterra.

Il paradosso: distribuire gli alunni può significare svuotare un paese

In una grande città, spostare alcuni studenti da una classe a un'altra può essere un problema organizzativo.

In un paese di poche centinaia o poche migliaia di abitanti, invece, la distribuzione degli alunni può diventare una questione di sopravvivenza del servizio scolastico.

Se una scuola ha pochissimi bambini e una parte significativa di questi è costituita da alunni stranieri, imporre un tetto senza considerare la dimensione demografica del territorio potrebbe significare dover trasferire alcuni studenti altrove.

Ma se quei bambini sono proprio quelli che consentono di raggiungere il numero necessario a formare una classe, il risultato potrebbe essere paradossale: per evitare una concentrazione di studenti stranieri in una scuola si rischierebbe di rendere numericamente insufficiente quella stessa scuola.

Non è detto che questo accada. Dipenderà dal testo della norma, dalla soglia che verrà fissata, dalle deroghe e dai meccanismi di distribuzione che saranno previsti.

Ma i precedenti calabresi dimostrano che il problema non è teorico.

A San Basile, nel settembre 2026, l'arrivo dei figli delle famiglie accolte nel Sai ha contribuito a evitare la chiusura della scuola elementare.

Ad Acquaformosa, oggi, 16 dei 43 studenti hanno cittadinanza non italiana, in una comunità che da anni collega accoglienza, nuovi residenti e contrasto allo spopolamento.

A Riace, nel 2015, un'insegnante raccontava che senza i bambini stranieri la scuola sarebbe rimasta chiusa; negli anni successivi la scuola del borgo è stata effettivamente chiusa per mancanza di iscritti dopo l'allontanamento delle famiglie migranti.

E a Cerzeto il sindaco lo aveva detto ancora più esplicitamente: «Naturalmente senza i bambini stranieri sarebbe impossibile tenere aperte le scuole».

È il lato calabrese di una discussione nazionale che, almeno finora, si è concentrata soprattutto sulle classi delle grandi città.

Qui la domanda è diversa: se in un borgo ci sono pochi bambini e alcuni di loro sono stranieri, il problema è davvero quanti stranieri ci sono in classe oppure quanti bambini sono rimasti nel paese?

La risposta dipenderà dalla norma che il governo porterà in Consiglio dei ministri. Ma per alcuni piccoli Comuni calabresi il conto è già iniziato da tempo: quando i bambini diminuiscono, ogni banco vuoto può avvicinare la scuola alla chiusura.