VIDEO – Trent’anni di continuità progettuale, investimenti nella cultura e sinergia con i privati hanno cambiato il destino del paese. Il vicesindaco Gianfranco Marino racconta un’esperienza che può indicare una strada per il futuro delle aree interne calabresi
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Per decenni lo spopolamento delle aree interne calabresi è stato raccontato come un processo quasi irreversibile, una lenta emorragia di abitanti, opportunità e servizi che ha progressivamente svuotato interi paesi. Le politiche per contrastarlo si sono moltiplicate, così come i progetti di rilancio dei borghi, spesso rimasti confinati alle intenzioni. A Bova, nel cuore dell'Area Grecanica, qualcosa sembra essersi mosso in una direzione diversa. E la storia di questo piccolo centro dell'Aspromonte, costruita attraverso oltre trent'anni di scelte amministrative e iniziative imprenditoriali, potrebbe offrire qualche indicazione utile al resto della Calabria.
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«Bova invece è passato dalla teoria alla pratica, Bova oggi diventa esempio di buone pratiche rispetto a questo tipo di politica di ripopolamento dei borghi e diventa simbolo di una Calabria interna che può sperare». A sostenerlo è Gianfranco Marino, vicesindaco del Comune di Bova, che individua proprio nel ritorno di persone intenzionate a stabilirsi nel paese il risultato più significativo del percorso compiuto.
«A Bova sta accadendo qualcosa di impensabile fino a qualche anno fa, la gente sta tornando e non parlo dei turisti che stanno allungando la stagione, quelli sicuramente sono un elemento positivissimo su cui si punta e rispetto al quale intendiamo potenziare tutta una serie di attività e di servizi».
La distinzione è fondamentale. Il successo turistico, l'aumento delle presenze durante l'anno e la crescita delle attività ricettive rappresentano una parte della trasformazione. Il passaggio ulteriore riguarda la possibilità di tornare ad abitare stabilmente un luogo dal quale, per generazioni, si è soprattutto partiti.
Marino cita pensionati che scelgono di rientrare e dipendenti pubblici che lasciano le grandi città del Nord, quando le condizioni lavorative lo consentono. Il costo della vita, la disponibilità di servizi e una diversa qualità dell'esistenza stanno modificando la percezione dei piccoli centri montani.
Ma il modello Bova nasce molto prima di questa nuova tendenza. Bisogna tornare alla metà degli anni Novanta, quando il paese attraversava una fase segnata dall'abbandono e dalla rassegnazione. La svolta, nella ricostruzione del vicesindaco, fu anzitutto culturale e politica: immaginare che quel territorio potesse avere ancora un futuro e individuare una direzione precisa per costruirlo.
«Si è individuata circa un trentennio addietro la via maestra, si è realizzata un'unica strada che chi si è alternato dietro questa scrivania, ma più diffusamente nella gestione del centro da un punto di vista politico-amministrativo, ma anche da un punto di vista imprenditoriale, poi non si è più discostato da quella strada».
La continuità delle scelte diventa così il primo elemento del modello. Amministrazioni diverse hanno proseguito un progetto di sviluppo senza interromperlo a ogni cambio di guida, accompagnando gli investimenti pubblici con l'iniziativa privata.
La cultura ha assunto un ruolo centrale, attraverso la valorizzazione dell'identità grecanica, la realizzazione di una rete museale, gli incontri con gli autori e le iniziative culturali. A questa si sono affiancati il turismo naturalistico, l'escursionismo, l'ospitalità diffusa e la ristorazione. Marino richiama anche l'esperienza della cooperativa San Leo, attiva da oltre trent'anni e capace di generare occupazione e promuovere il territorio su scala internazionale.
È questo intreccio di continuità amministrativa, identità e iniziativa economica che rende interessante l'esperienza bovese anche fuori dai suoi confini. Un percorso che richiede tempo e che difficilmente può essere affidato alla durata di una singola consiliatura.
«La politica richiede soprattutto in queste realtà, in realtà piccole come questa, uno scatto morale che non è nelle corde di tutti», osserva Marino, spiegando che spesso chi amministra deve lavorare per risultati che probabilmente non riuscirà a vedere personalmente.
Una riflessione che investe direttamente il futuro dei tanti comuni calabresi alle prese con il progressivo impoverimento demografico. Il caso Bova suggerisce che la rigenerazione di un borgo richiede una strategia capace di sopravvivere ai suoi stessi promotori, oltre a condizioni concrete che rendano possibile vivere e lavorare sul territorio.
Naturalmente, il racconto del ritorno degli abitanti dovrà trovare riscontro anche nell'andamento demografico dei prossimi anni. Nell'intervista Marino descrive un fenomeno in corso senza quantificarlo, ma il cambiamento che rivendica riguarda già la possibilità stessa di considerare Bova una scelta di vita.
«Oggi parlare al futuro per Bova non è più un'utopia e non è più un'eccezione, è diventata una regola», afferma il vicesindaco.
La sfida, per il resto della Calabria interna, è capire quanto di questa esperienza possa essere riprodotto altrove, tenendo conto delle differenze territoriali, delle infrastrutture disponibili e delle opportunità economiche. Perché la lezione più significativa di Bova riguarda proprio il tempo: trent'anni fa qualcuno decise che il paese meritava ancora un futuro. Oggi c'è chi quel futuro comincia nuovamente a immaginarlo vivendo lì.

