Le elezioni primarie del centro-sinistra per la scelta del candidato a sindaco di Reggio Calabria finiscono al centro di una riflessione critica firmata da Fabio Domenico Palumbo, direttore culturale del movimento civico “La Strada”. Un intervento che mette in discussione non solo il metodo, ma soprattutto l’assenza – secondo l’autore – di una visione politica condivisa alla base del percorso.
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Le primarie, scrive Palumbo, arrivano «al termine di una lunga ed estenuante sequenza di tavoli e trattative» e non come espressione di una spinta dal basso. Più che il frutto di un’elaborazione collettiva, sarebbero «una soluzione a una difficoltà tutta interna alla coalizione», maturata dopo l’incapacità di trovare una sintesi politica tra le diverse componenti.
Secondo il direttore culturale de “La Strada”, molti candidati parteciperebbero «di malavoglia», spinti dai vertici dei partiti, e il clima che si respira non sarebbe quello di un confronto aperto, ma piuttosto quello di una “ordalia” tra fazioni. Una competizione che, a suo avviso, fatica perfino a definirsi credibile, anche alla luce dei nomi che hanno scelto di non partecipare.
Palumbo contesta inoltre la narrazione delle primarie come momento di massima partecipazione democratica. «La partecipazione – osserva – non si attiva semplicemente con la chiamata alle urne: nasce da un percorso, da un’elaborazione condivisa, da un confronto reale con la comunità». Un processo che, secondo lui, non sarebbe stato promosso negli ultimi anni da chi oggi invoca le primarie come strumento risolutivo.
Nel suo intervento richiama il lavoro svolto nei quartieri da realtà civiche e movimenti, sostenendo che la partecipazione non possa essere «evocata solo quando serve a legittimare un passaggio interno agli equilibri di coalizione», ma debba essere costruita «con coerenza e continuità».
C’è poi il tema dei rapporti di forza. Per Palumbo, la democrazia non si riduce a una semplice conta, ma implica anche la tutela delle minoranze. In un contesto come quello reggino, evidenzia, i grandi partiti – a partire dal PD – dispongono di una capacità organizzativa e di mobilitazione che i piccoli movimenti non possiedono. In queste condizioni, le primarie rischierebbero di essere difficilmente contendibili senza il sostegno delle strutture nazionali.
Il nodo, però, è soprattutto politico. All’interno del campo progressista, sottolinea, convivono visioni anche molto distanti su questioni decisive: dal rapporto tra pubblico e privato allo sviluppo urbano, fino alla gestione dei beni collettivi e al tema del Ponte sullo Stretto. «Quando le divergenze restano irrisolte – afferma – un voto non può sostituire il confronto necessario a chiarirle».
Da qui la conclusione, netta: «L’unità a tutti i costi non è un valore». Senza una visione condivisa, avverte Palumbo, l’unità «non dà forza: è solo una somma di sigle. E una somma non è un progetto».

