Dalla crescita tra Cannavò e Sant’Agata alla partenza dopo il fallimento del 2014, fino al ritorno a casa dopo la morte del padre. Il difensore amaranto racconta il suo percorso umano e sportivo, il derby, la disciplina fuori dal campo e l’obiettivo di riportare la Reggina dove la città merita.
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C’è un filo sottile che lega il bambino che entrava al Granillo mano nella mano con il padre al difensore che oggi indossa la maglia amaranto e corre sotto la Curva dopo un gol, ed è un filo che non si è spezzato nemmeno quando la vita lo ha messo davanti alla perdita più dolorosa. Dentro quella corsa, dentro quel numero 68 cucito sulla schiena, c’è una storia che va oltre il calcio e che parla di appartenenza, famiglia e responsabilità.
È questo il racconto che Domenico Girasole consegna al format «A tu per tu» de ilReggino.it, intrecciando carriera e vita privata, senza nascondere i passaggi più delicati e senza cercare scorciatoie emotive.
Figlio del Granillo
Cresciuto tra Cannavò e Sant’Agata, classe 2000, Domenico Girasole è uno di quei ragazzi che il Granillo lo hanno vissuto prima sugli spalti e poi in campo. «La passione nasce nel quartiere, con gli amici. Poi allo stadio con mio padre, mio nonno, mio zio. Mi portavano loro, era il rituale della domenica».
La Reggina non è mai stata soltanto una squadra. «Chi è di Reggio vive per questi momenti. Quando giochi qui senti una responsabilità diversa», spiega, lasciando intendere che indossare quella maglia significa rappresentare qualcosa che va oltre la categoria.
Dopo le giovanili a Sant’Agata arriva il fallimento del 2014, uno spartiacque. «Io ero nel settore giovanile, poi la Reggina fallisce e parto. Vado ad Avellino». Tre anni lontano da casa, quindi la Serie D a 18 anni, tre stagioni di crescita silenziosa, poi il salto in Serie C con Foggia e Potenza. «È stato un percorso fatto di sacrifici, ogni categoria ti forma».
Il ritorno
Il ritorno a Reggio arriva in un momento segnato dalla morte del padre, figura centrale nella sua vita e nel suo cammino calcistico. « La scelta di tornare non è stata solo calcistica ma familiare. Sentivo il bisogno di stare vicino alla mia famiglia, di condividere tutto, nonostante la ferita fosse ancora fresca».
Scendere di categoria, a 22 anni, dopo aver costruito un percorso in Serie C, avrebbe potuto pesare. «Mentalmente poteva sembrare un passo indietro, ma per la Reggina è diverso. Qui non è mai solo una questione di categoria».
Tornare a casa, però, non è stato semplice come poteva sembrare. «Quando sei fuori sei distratto, non affronti fino in fondo il dolore. Tornare mi ha rimesso davanti ai ricordi, alla quotidianità. Affrontare il lutto e il dolore è stato un percorso, non un momento preciso».
Il sogno e quella corsa
Per due anni non aveva più sognato il padre. Poi, alla vigilia di una partita decisiva, accade. «Nel sogno mi ha detto: “Io sono in curva”». In quella stessa partita segna il gol del vantaggio e parte in una corsa lunga cento metri verso la Curva Sud, senza pensarci. «È stata un’emozione indescrivibile. In quel momento mi sono tornati in mente i ricordi più belli».
Il numero 68 che porta sulle spalle è la data di nascita del padre. «Ogni emozione in campo è per lui. È stato quello che ha sempre creduto in me più di tutti, soprattutto calcisticamente. Mi ha spinto a credere in cose in cui nemmeno io credevo».
In campo con il fratello
A rendere ancora più particolare il suo percorso sportivo e di vita c’è la presenza del fratello nella stessa squadra. Sei anni di differenza, stesso spogliatoio, stessi colori. «Non è una cosa comune, ma è bellissima. Siamo vicini anche nello spogliatoio, sempre insieme». Condividere campo e quotidianità ha rappresentato anche un equilibrio in un momento personale complesso.
Il derby e la città dentro il campo
Nel derby dello Stretto il Granillo era pieno, la Curva compatta sotto la pioggia. «Prima della partita vedere una coreografia del genere ti dà una marcia in più, è come se la città entrasse dentro il campo», racconta.
Poi però tutto si azzera. «Quando parte la partita mi estranio completamente, non sento i cori. Sono concentrato solo su quello che devo fare». Il saluto finale sotto la Curva resta uno dei momenti più intensi. «È come un abbraccio con la gente, un patto con la città».
Fuori dal campo: disciplina e sacrificio
Fuori dal campo Girasole è rigoroso. Vive con la sua compagna e ammette con semplicità: «Sono molto fissato con l’alimentazione e il recupero. Sotto questo punto di vista sono un po’ malato». Sgarri? «Solo dopo la partita», sorride.
Per lui la prestazione nasce durante la settimana. «La partita è figlia dell’allenamento. Se la domenica devi fare una curva a 150 all’ora, in settimana non la puoi prendere a 50».
Il rapporto con il tecnico Alfio Torrisi è improntato all’intensità. «È esigente, martella sull’attenzione e sull’atteggiamento. Pretende tanto da sé stesso e da noi, e questo si vede perché fino al novantesimo non molliamo mai».
Il consiglio ai giovani
Ai ragazzi che vogliono intraprendere la carriera calcistica lascia un messaggio diretto: «Bisogna credere nei propri sogni e andare dritti per la propria strada. Se non ci credi tu, non può farlo nessuno al posto tuo». E aggiunge: «Le difficoltà fanno parte del percorso. L’importante è avere fame, lavorare e non perdere la voglia di migliorare».
L’obiettivo
Il finale è collettivo. «L’augurio per noi reggini e per la Reggina è tornare a splendere. Sono tre anni che siamo in questa categoria e la città non si merita questo. Noi stiamo lavorando ogni giorno per riportare un po’ di luce».
Per Girasole questa non è soltanto una stagione. È una responsabilità che sente addosso, cucita insieme al numero 68. E quando corre sotto la Curva non è soltanto un difensore che esulta, ma un figlio che continua a giocare per suo padre e per una città che vuole tornare a brillare.

