A poco più di un mese dal voto, dibattito di alto profilo a Reggio Calabria organizzato da Confartigianato sulle ragioni del Sì e del No alla riforma della giustizia. Al centro del dibattito l’impatto concreto della riforma sui cittadini
Tutti gli articoli di Politica
PHOTO
A Reggio Calabria un incontro pubblico organizzato da Confartigianato sul referendum in materia di giustizia ha visto la sala Monteleone del Consiglio Regionale gremita. Un confronto definito da più parti «di altissimo livello», che ha visto opposte le posizioni del procuratore Giuseppe Borrelli, intervenuto per il comitato del No, e dell’avvocato Cesare Placanica, responsabile dell’Osservatorio “Giusto processo” dell’Unione delle Camere Penali Italiane, in rappresentanza del Sì.
Nel suo intervento, il procuratore Borrelli ha posto l’accento sull’impatto che la riforma avrebbe non solo sull’assetto interno della magistratura, ma soprattutto sulle garanzie dei cittadini.
Siamo ormai a un mese dall’appuntamento con le urne e le informazioni sono tantissime, così come le disinformazioni. Forse abbiamo capito cosa accadrà alla magistratura, ma quello che interessa davvero ai cittadini è un altro punto: questa riforma su di loro cosa inciderà e cosa cambierà?
La risposta, secondo Borrelli, è netta: «Inciderà nella parte in cui i cittadini perderanno la possibilità di rivolgersi a un organo indipendente contro eventuali prevaricazioni che abbiano a subire da parte di altri poteri dello Stato. Ogni cittadino entra in rapporto con la pubblica amministrazione, che è inserita in un’organizzazione piramidale e costituisce il potere esecutivo. La magistratura rappresenta il potere che bilancia quello esecutivo, fa argine contro eventuali abusi».
Un equilibrio che, a suo dire, presuppone un requisito essenziale: «Affinché la magistratura possa svolgere questa funzione è necessario che sia indipendente dal potere esecutivo, altrimenti si chiede al singolo magistrato un atto di eroismo. Questa riforma, per come è costruita, intacca pesantemente l’autonomia della magistratura e la possibilità del potere giudiziario di bilanciare gli altri poteri dello Stato».
Sul nodo della separazione delle carriere, Borrelli ha parlato di un impianto «illogico»: «Una volta che si separa il pubblico ministero dal potere giudiziario bisogna dire dove lo si colloca. I poteri non sono infiniti: sono legislativo, esecutivo e giudiziario. Se lo si elimina dal giudiziario, va messo nel legislativo – ipotesi impossibile – o nell’esecutivo, che è l’ipotesi più pericolosa. Se invece lo si lascia nel potere giudiziario, allora la riforma è inutile, perché giudici e pubblici ministeri continueranno a far parte dello stesso ordine».
Ampio spazio anche alla questione del sorteggio dei componenti del Csm come strumento per contrastare il correntismo. «Si dice che con il sorteggio si combattono le correnti – ha osservato – ma le correnti non sono altro che orientamenti culturali. Anche chi non è iscritto a una corrente si riconosce in un determinato modo di pensare. È impensabile che magistrati estratti a sorte non si associno tra loro sulla base delle proprie idee».
La conseguenza, secondo il procuratore, sarebbe un’alterazione della rappresentanza: «L’unico effetto del sorteggio sarà alterare la rappresentanza proporzionale degli orientamenti culturali presenti nella magistratura. E un Csm così composto non sarà più un organo di autogoverno, ma un organo di amministrazione, incapace di tutelare l’indipendenza dei singoli magistrati».
Di segno opposto l’intervento dell’avvocato Cesare Placanica, che ha invitato ad abbassare i toni e a puntare sulla qualità dell’informazione. «Si è compreso molto, ma si è compreso anche poco – ha detto –. Lo sforzo deve essere quello di spiegare con chiarezza cosa cambia davvero, in modo che ognuno scelga consapevolmente».
Per Placanica, non si tratta di una rivoluzione immediata: «Non possiamo fare gli imbonitori: dalla sera alla mattina non cambia niente. Cambia però un ulteriore tassello nella progressione democratica del nostro Paese nella gestione della giurisdizione».
L’avvocato ha richiamato l’evoluzione storica del processo penale: «Sessant’anni fa si facevano interrogatori senza avvocato, perché si riteneva che il giudice non potesse avere pregiudizi. Poi abbiamo capito che la presenza della difesa era necessaria. Oggi ci fa sorridere pensare a un interrogatorio senza avvocato. Nel 1989 abbiamo compreso che concentrare nella stessa figura funzioni diverse non garantiva il miglior risultato».
Qual è, dunque, lo scopo del processo? «Evitare di condannare un innocente e accertare nel modo migliore la responsabilità di chi è tratto in giudizio. Questa riforma può incidere dando maggiore autonomia al giudice, soprattutto nella fase iniziale del procedimento, quando i dati statistici mostrano una certa tendenza ad appiattirsi sulle richieste dell’accusa. Rafforzare l’autonomia significa aumentare la capacità critica e di controllo».
Un vantaggio, secondo Placanica, «di ordine generale per la cultura democratica e specifico per chi si trova coinvolto in un processo e magari, dopo anni, viene prosciolto, quando ormai la vita è stata segnata».
Quanto al timore che la separazione delle carriere possa rendere il pubblico ministero un “superpotere” isolato, Placanica ha definito l’obiezione «seria»: «L’ho superata in due modi. Il primo: un giudice davvero distaccato aumenterà la propria capacità di controllo, impedendo eventuali distorsioni. Il secondo – e può sorprendere – è che io ho molta fiducia nei magistrati italiani e nei procuratori della Repubblica. In trentasei anni di professione ne ho apprezzato qualità e onestà intellettuale. Se mai vi fosse una deriva, sarebbero loro stessi a impedirla».
Il confronto si è chiuso senza vincitori né vinti, ma con l’obiettivo dichiarato di offrire ai cittadini strumenti in più per una scelta consapevole in vista del voto.

