La Reggina vince ancora, ma il successo contro il Paternò non sposta davvero l’inerzia di una stagione che resta sospesa tra rincorsa e rimpianti. È una vittoria che serve alla classifica, ma che non cancella le fragilità di una squadra che continua a vivere a strappi, senza continuità e senza la sensazione di poter controllare davvero le partite dall’inizio alla fine.

Torrisi, nel dopo gara, non si nasconde dietro le parole: «In questo momento della stagione l’unica cosa che conta è la vittoria, comunque arrivi». Ed è proprio qui il punto centrale. La Reggina oggi non costruisce più certezze attraverso il gioco, ma si aggrappa al risultato. Anche contro l’ultima in classifica si vede la stessa dinamica: primo tempo lento, prevedibile, con poche soluzioni offensive e una squadra che fatica a prendere in mano il ritmo della gara.

Il copione cambia soltanto nella ripresa, quando l’ingresso di Barillà ridisegna equilibri e atteggiamento. È lui, ancora una volta, a dare personalità e direzione a una squadra che senza leadership in campo sembra smarrirsi. Torrisi lo riconosce senza esitazioni: «Ha fatto la differenza». Da quel momento la Reggina cresce, trova il gol e costruisce occasioni, ma resta la sensazione di un meccanismo che si accende solo a intermittenza.

Mentre al Granillo si fatica, però, il campionato corre altrove. Nissa e Savoia continuano a vincere e il distacco, invece di ridursi, rischia di diventare sempre più strutturale. È questo il dato che pesa più di tutti: la Reggina non perde terreno in una singola giornata, lo perde nella continuità che non riesce a costruire.

Attorno alla squadra, inevitabilmente, cresce la pressione. I fischi della Curva Sud non sono solo la fotografia di una contestazione, ma il segnale di una piazza che percepisce il tempo scorrere senza che la rimonta diventi reale. Lo stesso Torrisi lo ammette con lucidità: «C’è la paura di non vincere il campionato». Una paura che oggi non riguarda solo il risultato finale, ma la sensazione che le occasioni stiano progressivamente diminuendo.

Dentro questo scenario, il tecnico rivendica il lavoro fatto dal suo arrivo, ricordando una squadra trovata in difficoltà e ricostruita passo dopo passo. Ma la narrazione dell’emergenza iniziale non basta più a coprire l’attualità: «Arrivare secondi vuol dire perdere», è la sintesi più dura e realistica del momento.

Sul piano più ampio, il direttore generale Praticò inserisce un ulteriore elemento di complessità, parlando di un campionato attraversato da situazioni “anomale” e da indagini ancora in corso. Un contesto che alimenta incertezza generale, ma che non può diventare un alibi. Perché, al di là delle dinamiche esterne, il problema della Reggina resta soprattutto interno: punti persi, prestazioni discontinue e un rendimento che non è stato all’altezza di una squadra costruita per stare davanti.

I fischi della Curva Sud, arrivati anche dopo la vittoria, non sono un episodio isolato, ma il segnale di una tensione crescente. Lo sa bene il club manager Cormaci, protagonista di un confronto con alcuni tifosi, poi chiarito pubblicamente: «Credo si debba rimanere tutti uniti fino alla fine… contestare e fischiare mi sembra fuori luogo». Un appello diretto, che prova a ricompattare un ambiente sempre più nervoso.

Cormaci spinge anche su un altro tasto, quello della percezione: «Contro di noi tutti giocano alla morte, fanno le partite della vita». Una lettura che rafforza l’idea, all’interno del club, di una squadra chiamata ogni settimana a superare ostacoli più alti rispetto agli altri. Ma al di là delle interpretazioni, resta un dato concreto: la Reggina non è riuscita a trasformare le occasioni avute in un vantaggio reale in classifica.

La fotografia finale è questa: la Reggina è ancora dentro la corsa, ma non la sta più guidando. Insegue, si aggrappa ai risultati e spera negli incastri. Ma un campionato non si ribalta solo restando attaccati alla matematica. Si ribalta con la continuità, e quella, oggi, è la vera assenza che pesa più di tutte le altre.